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Dedica
A chi ha calpestato la pietra nuda quando la notte era ancora padrona del cielo, alle mani che hanno saputo trarre la vita dal legno e dalla roccia, e a questa terra fiera che ci guarda dall’alto. Che il profumo delle sue ginestre possa sempre ricordarci chi siamo, da dove veniamo e verso quale orizzonte camminiamo con la stessa forza dei nostri padri.
Il Respiro del Ciglio: Tra Pietra, Argilla e Ginestre
Quando lo sguardo si posa sui profili fieri del nostro Ciglio, non sto parlando semplicemente di una montagna di roccia e terra. Sto parlando di un’anima viva, di questo nostro antico abitato che si arrampica verso il cielo, protetto dalle vette maestose che dominano il territorio di Sirignano: il Monte Campimmo, la zona di Furnillo, i profili storici dei Tre Castagni e le creste del Monte Taurtone. Lassù, dove le aquile dominano i venti e volteggiano sovrane tra le rocce più aspre, l’orizzonte si spalanca all’improvviso. Nelle giornate terse, il Golfo di Napoli si stende come un tappeto azzurro e il Vesuvio si staglia imponente, così vicino che sembra quasi di poterlo toucher con la punta delle dita. Questo è il regno delle grandi faie e delle querce secolari, ma soprattutto è la terra della ginestra. Una pianta straordinaria, bellissima e fiera, capace di resistere alle intemperie più dure e di aggrapparsi alla roccia nuda. Quando fiorisce, il suo giallo acceso invade i costoni e il suo profumo intenso, quasi ancestrale, t’inebria l’anima, ti cattura e ti costringe a fermarti. In quel profumo c’è tutto: c’è il richiamo del passato che ti riporta indietro nel tempo, ma c’è anche una forza misteriosa, una linfa vitale che ti riempie il petto e ti dà il coraggio necessario per guardare avanti.
La storia delle nostre montagne è scritta nelle pietre dell’antica mulattiera. Un vecchio sentiero, aspro e solenne, che ancora oggi resiste al tempo e calpesta la roccia, custode di un passato in cui la montagna era un alveare di braccia e ingegno. Tra i nostri antenati la divisione del lavoro era un’arte sacra. C’erano i Mannesi, i boscaioli e maestri d’ascia, uomini dalle mani callose che conoscevano i segreti del legno, capaci di abbattere i tronchi e sagomare la materia direttamente sul posto. Ma la montagna non era solo dei Mannesi; c’era un intero popolo che viveva di ciò che la terra offriva spontaneamente, assecondando il respiro delle stagioni. C’erano i raccoglitori che scovavano tra le foglie i funghi chiodini, le fragole di bosco che profumavano le dita di dolcezza selvatica, e le castagne, vero pane dei poveri nei mesi autunnali. Lungo gli stessi sentieri si muovevano i Cestai, noti nel nostro dialetto come “gli Spurtullari”. Salivano sui monti con passo sicuro per scegliere con cura i rami migliori, il legno perfetto per intrecciare ceste, panari e ventagli. La loro produzione era così rinomata e preziosa che i commercianti partivano da Napoli, da Caserta e da Benevento, affrontando il viaggio fino a qui solo per il ritiro dei loro manufatti ordinati in quantità. Lassù, tra la vegetazione, si trovavano i casotti di pietra con le vasche piene d’acqua, dove ci si fermava a riprendere fiato. E nei momenti più duri, quando le tempeste si abbattevano improvvise e feroci sulle cime, la montagna offriva la protezione della Grotta dei Sputagliuni, storico e provvidenziale riparo dove i pastori e i loro greggi trovavano rifugio aspettando che il cielo tornasse a farsi clemente. E mentre gli uomini lavoravano il legno o si riparavano nelle grotte, i monti erano animati dal suono antico della transumanza. Un rito che non è mai svanito: ancora oggi, esattamente come allora, le pecore e le vacche popolano i pascoli montani, salendo in quota durante i mesi estivi per poi rientrare a svernare a valle quando il freddo comincia a mordere le cime.
Ma il ritratto più commovente di quella vita di sacrifici appartiene alle nostre donne. Erano mamme di famiglie numerose, donne forti, d’acciaio, che non conoscevano il riposo. Quando la casa finalmente si quietava e il sole era ormai calato da un pezzo, loro si mettevano in cammino. Salivano in montagna di notte, nel buio pesto spezzato solo dalla luna, lungo la mulattiera. Il loro scopo era raccogliere la legna per comporre le sarcene, le grandi e pesanti fascine. Con una maestria e un equilibrio che sembravano sfidare le leggi della natura, le portavano direttamente in testa, camminando sul sentiero ripido senza mai cedere alla fatica. Quelle fascine venivano poi vendute ai forni del paese e dei dintorni per fare il pane. Ogni pagnotta che sfamava la gente portava dentro il profumo della legna del nostro Ciglio, ma soprattutto il sudore e il sacrificio notturno di quelle madri. La mulattiera, in fondo, era anche la via che portava lontano, collegandosi attraverso i sentieri montani alla strada che conduceva in Puglia, percorsa da pastori e mercanti.
Poi, arrivò il tempo dei grandi cambiamenti. Como raccontano le cronache storiche di Sirignano, l’isolamento della montagna divenne il fulcro del dibattito politico e sociale. Nel 1970, con il radicale cambio amministrativo nel Comune, ci fu il primo storico inizio per trasformare la mulattiera. Si decise di dare una svolta epocale avviando una stagione di cantieri con l’obiettivo ambizioso di trasformare quei vecchi e stretti sentieri di campagna, percorribili solo dai muli, in strade carrabili, aprendo i monti alla modernità. I progetti presero il via sotto la spinta di amministratori tenaci e l’ausilio di tecnici di rilievo, ponendo le basi per lo sviluppo del territorio. Successivamente, negli anni ’80, prese forma la vera e propria strada panoramica. Ma la nascita delle vie carrabili portò con sé anche le prime contraddizioni umane e politiche. Il progresso non fu lineare per tutti. Iniziarono le solite dinamiche di paese, i compromessi e le promesse: “Facciamo passare la strada nei tuoi terreni, così prenderanno valore!”. Tra favori, espropri e tracciati modificati dalla politica locale, l’asfalto avanzò cambiando il volto del territorio. Il risultato di quelle scelte si vede ancora oggi: mentre alcune zone beneficiarono del collegamento, molti contadini e proprietari terrieri rimasero beffati, ritrovandosi con le proprie terre tagliate fuori, isolate e del tutto inaccessibili.
Oggi la strada panoramica esiste, ma la bellezza mozzafiato dei nostri monti deve fare i conti con un retaggio amaro. Accanto allo splendore della natura, è stato lasciato il “veleno” dell’incuria e delle opere fatte a metà. All’epoca i lavori non furono eseguiti con la lungimiranza e la solidità necessarie. Ancora oggi, lungo i tornanti della panoramica, si avverte il pericolo: mancano i muri di contenimento strutturali in punti critici, lasciando i costoni nudi e vulnerabili alle ferite del tempo. I raccoglitori di acqua piovana sono insufficienti o del tutto assenti. Di conseguenza, ogni volta che le piogge si fanno battenti, l’acqua scende a valle furiosa e incontrollata, impastandosi con l’argilla e i detriti della montagna, proprio perché le storiche opere di canalizzazione e i lavori per il sistema dei Regi Lagni non sono mai stati completati e rifiniti a regola d’arte. La manutenzione, vera spina nel fianco del nostro territorio, è mancata per decenni. La montagna ci regala la sua immensa bellezza, il volo maestoso delle aquile, il profumo eterno delle ginestre e lo sguardo che spazia fino al mare; ma l’uomo vi ha lasciato la traccia di un’incompiuta, una ferita aperta che ci ricorda quanto fragile sia il paradiso in cui viviamo.
In fondo, questa strada e queste vette ci mostrano la vera natura dell’essere umano: una creatura costantemente in bilico tra la tentazione di dominare la terra e l’incapacità di prendersene cura fino in fondo. Abbiamo voluto squarciare la montagna, sostituire la pietra viva delle mulattiere con l’asfalto, convinti che spianare un sentiero significasse conquistare il tempo. Ma il tempo, quassù, ha regole diverse. La montagna non odia e non perdona; semplicemente, resta. E l’argilla che scivola a valle a ogni pioggia non è che il modo in cui la terra ci ricorda la nostra piccolezza. L’uomo passa, con le sue promesse, le sue scartoffie e le sue strade incompiute; ma la vera ricchezza resta lassù, custodita nel volo silenzioso delle aquile e nel sudore invisibile di chi ci ha preceduto. Sta a noi, oggi, decidere se continuare a essere il veleno di questi monti o tornare a essere i loro custodi, imparando di nuovo l’equilibrio e la dignità di quelle madri che, con una sarcena sulla testa, sapevano camminare nel buio senza far rumore e senza fare danni. Perché la montagna, se impariamo ad ascoltarla, ha ancora la forza di salvarci da noi stessi.


