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NAPOLI – Non è solo degrado. È una resa. Il Real Bosco di Capodimonte, uno dei luoghi più belli e identitari della città, dopo i giorni di festa tra il 25 aprile e il Primo Maggio si è presentato come uno scenario indegno: rifiuti ovunque, prati trasformati in discariche, spazi pubblici calpestati senza rispetto.
E allora la domanda è inevitabile: cosa significa davvero “tenere aperto” un parco? Perché se apertura vuol dire abbandono, se libertà diventa inciviltà, allora il problema non è l’accesso. Il problema siamo noi.
Troppo facile, come sempre, scaricare le responsabilità sulle istituzioni. Certo, i controlli possono essere rafforzati, la gestione migliorata. Ma qui si parla di comportamento, di educazione, di senso civico. E quello non si compra, non si impone con un’ordinanza.
Le scuse non reggono. “I cestini erano pieni”, “non ce n’erano abbastanza”. No. Non funziona così. Se un contenitore è colmo, i rifiuti si portano via. È una regola elementare, prima ancora che civile. Il contrario è solo una scelta: quella di sporcare.
Il confronto con altre città europee è impietoso. Ci sono luoghi dove i cestini sono pochi o quasi inesistenti eppure le strade restano pulite. Perché? Perché esiste il rispetto del bene comune. Qui invece continuiamo a trattare ciò che è di tutti come se non fosse di nessuno.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un patrimonio naturale mortificato, un’immagine della città danneggiata, una comunità che dimostra di non sapersi prendere cura di ciò che ha.
A questo punto, qualcuno propone soluzioni drastiche: ingressi a pagamento, chiusure nei giorni festivi. Idee che fino a ieri sembravano eccessive, ma che oggi diventano quasi inevitabili di fronte a comportamenti che non cambiano.
Il Bosco di Capodimonte non merita questo. Napoli non merita questo. Ma finché non sarà chiaro che il rispetto parte dai cittadini, nessuna misura sarà davvero sufficiente.
Non è più una questione di decoro. È una questione di dignità.
