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di Francesco Piccolo
C’è un momento dell’anno in cui il tempo sembra perdere la sua fretta abituale, come se decidesse di fermarsi per ascoltare. Succede tra la sera del 24 dicembre e il giorno di Natale, quando le case si accendono di luci gentili, l’aria si riempie di profumi antichi e le voci tornano a intrecciarsi. È un tempo diverso, fragile e prezioso, fatto di attesa, di silenzi condivisi e di gesti che si ripetono uguali da sempre.
La vigilia appartiene ai bambini. È il regno dell’immaginazione, dell’emozione che brilla negli occhi, della magia che prende forma nelle letterine scritte piano, nei biscotti lasciati sul tavolo, nelle domande sussurrate prima di chiudere gli occhi. È l’istante in cui il mondo appare ancora possibile, e gli adulti, per una notte soltanto, accettano di credere di nuovo.
Ma la vigilia è anche il tempo del ritorno. Si rientra a casa attraversando strade illuminate, si ricompongono tavole e famiglie, si ricuciono distanze. Il cenone diventa il centro della notte. Non è solo cibo, è memoria. Ogni piatto racconta una storia, ogni ricetta custodisce una voce. Il pesce preparato come una volta, i dolci che non possono mancare, il pane condiviso. Attorno a quella tavola si ride, si discute, si ripercorre l’anno che finisce. È lì che il Natale prende corpo.
Eppure, anche nella tavola più piena, resta sempre uno spazio invisibile. È il posto di chi non c’è più. I defunti tornano nel Natale senza fare rumore, con una presenza discreta ma potente. Un nome pronunciato piano, una fotografia che sembra osservare la stanza, un ricordo che riaffiora all’improvviso. Il Natale non cancella l’assenza, la accoglie. Ci insegna che chi abbiamo amato continua a vivere nei gesti che ripetiamo, nelle tradizioni che custodiamo, nelle parole che scegliamo di tramandare.
Il giorno di Natale arriva con una luce diversa, più morbida. È un tempo quieto, intimo. Le famiglie si ritrovano ancora, il pranzo scorre lento, i bambini scartano i regali mentre gli adulti guardano in silenzio. È il giorno della gratitudine, del sentirsi parte di qualcosa che supera il presente, anche solo per qualche ora.
Il Natale non è una data. È un passaggio. Un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. È l’infanzia che ritorna, la memoria che resiste, la speranza che si rinnova. Ed è in questo equilibrio sottile tra gioia e nostalgia, tra luce e ricordo, che il Natale continua a rivelarsi, ogni anno, profondamente umano.