SCISCIANO. Delitto Colalongo: clan e alleanze sotto accusa

SCISCIANO. Delitto Colalongo: clan e alleanze sotto accusa

Il 17 dicembre scorso, a Scisciano, Ottavio Colalongo viene ucciso a colpi di pistola. È in sella al suo scooter, un Honda SH, quando una moto lo affianca. Due uomini sparano. Colalongo cade sull’asfalto. Quando è già a terra, arriva l’ultimo colpo, al volto. Un’esecuzione, compiuta in strada, tra le case, alla luce del giorno. Un messaggio che non doveva restare nascosto.

A distanza di settimane, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli dispone il fermo di otto persone. I nomi emergono uno dopo l’altro: Bernardo Cava, Daniele Augusto, Luca e Matteo Covone, Christian Della Valle, Ciro Guardasole, Eduardo Polverino e Giovanni Tarantino. I presunti mandanti, secondo gli inquirenti, erano già detenuti. Anche il potere criminale, a volte, sa attendere.

Per la procura, l’omicidio Colalongo non è un episodio isolato, ma un passaggio dentro una guerra più ampia. Uno scontro tra gruppi camorristici che si contendono territori e affari nell’area nolana: Marigliano, Scisciano, San Vitaliano. Da una parte i gruppi riconducibili ai Luongo, agli Aloia e ai Covone; dall’altra l’area dei Filippini, famiglia alla quale Colalongo sarebbe stato vicino. Non una vendetta improvvisa, ma una faida che affonda le radici nel tempo, fatta di equilibri instabili e conti mai saldati.

In questo scenario emerge la figura di Bernardo Cava, 50 anni, ritenuto esponente di primo piano dell’omonimo clan attivo a Quindici. Per gli investigatori non è una figura marginale, né un semplice fiancheggiatore. A lui non viene attribuito materialmente l’omicidio, ma un ruolo chiave nell’organizzazione dell’agguato: aver favorito la logistica, il viaggio, la staffetta, lo spostamento di uno degli esecutori verso il luogo del delitto, con la piena consapevolezza di ciò che stava per accadere.

Chi organizza resta nell’ombra. Ma senza chi organizza, l’azione non parte.

Secondo la Dda, quello di Scisciano è un delitto di stampo mafioso, premeditato, funzionale a ridefinire rapporti di forza e gerarchie criminali. Anche il colpo finale al volto avrebbe questo significato: affermare il controllo, ribadire chi comanda.

Le indagini parlano di un sistema criminale in movimento, capace di stringere nuove alleanze e di estendere la propria influenza tra l’area nolana, l’hinterland napoletano, Afragola, Acerra e parte dell’Avellinese. Gruppi che si incrociano, collaborano, si riconoscono. Un potere che cambia assetto, ma non sostanza.

Domani, nel carcere di Secondigliano, Bernardo Cava comparirà davanti al gip Antonio Sicuranza per l’interrogatorio di convalida del fermo come indiziato di delitto. Accanto a lui il difensore di fiducia, l’avvocato Claudio Frongillo. Sarà il primo vero confronto tra la ricostruzione dell’accusa e la versione dell’indagato.

Il resto verrà dopo.
Intanto resta una strada, uno scooter fermo, un corpo a terra.
E un territorio che ha ricevuto il messaggio.