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Domenica 26 aprile si cammina, si osserva, si racconta un territorio. L’iniziativa del Club Alpino Italiano, sezione di Avellino, dal titolo “Terre del nocciolo”, è un segnale importante, concreto, di chi non si gira dall’altra parte. Il CAI fa quello che dovrebbe fare: valorizza, accende i riflettori, porta gente nei luoghi veri.
E meno male che c’è chi lo fa.
Perché mentre qualcuno cammina tra i noccioleti per riscoprirli, altri – quelli che dovrebbero difenderli – stanno fermi. O peggio, fanno finta di niente.
Il nocciolo non è una favoletta da raccontare la domenica. È lavoro, è economia, è sudore. È la spina dorsale di interi territori. E oggi quella spina dorsale scricchiola.
A dirlo è il portavoce del Comitato Civico a difesa del nocciolo, il dottor Salvatore Alaia, che giustamente ringrazia il CAI e Roberto Napolitano per la sensibilità dimostrata. Ma allo stesso tempo lancia un messaggio chiaro: non bisogna abbassare la guardia.
Perché qui il problema è semplice, e pure grave: i contadini stanno mollando. I campi si abbandonano. Le produzioni calano. E le istituzioni? Silenzio. O parole. Tante parole.
Ma con le parole non si coltiva niente.
Dove sono i piani seri? Dove sono gli interventi concreti? Dove stanno le risposte per chi ogni giorno prova a resistere? Possibile che ci si ricordi del nocciolo solo quando c’è da fare una passerella o un convegno?
Il nocciolo resta una ricchezza vera, non teorica. Senza togliere nulla agli altri prodotti, ma qui si parla di identità. Di storia. Di futuro.
Le iniziative come quella del CAI sono ossigeno puro. Ma l’ossigeno da solo non basta se il sistema è lasciato a se stesso.
E allora il punto è uno solo: o si decide davvero di difendere questo settore, oppure si abbia il coraggio di dire che lo si vuole lasciare morire.
Perché il territorio ha già capito tutto. E adesso aspetta risposte. Vere. Non chiacchiere.
