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Sono passati 51 anni, ma il dolore non si è mai affievolito. L’11 aprile 1975 resta una data scolpita nella memoria collettiva di Sant’Anastasia, il giorno in cui una terribile esplosione alla fabbrica Flobert spezzò dodici vite, dodici giovani operai che erano usciti di casa per lavorare e non fecero più ritorno.
Una tragedia che ha segnato per sempre la comunità, lasciando una ferita ancora aperta, che il tempo non ha mai cancellato. Da allora, il nome Flobert non è solo un ricordo, ma un simbolo: di responsabilità, di coscienza, di rispetto per chi ha perso la vita sul lavoro.
Questa mattina, nel giorno dell’anniversario, Sant’Anastasia si è fermata per commemorare quelle vittime. Presso il cimitero cittadino si è tenuta una Messa commemorativa officiata da don Tommaso Lucania, alla presenza di rappresentanti dell’Amministrazione comunale e di numerosi cittadini.
Presenti alla cerimonia il vicesindaco e assessore alla Cultura Veria Giordano, l’assessore alle Politiche Sociali Angela Auriemma e il consigliere Pasquale Romano, che insieme hanno voluto testimoniare la vicinanza dell’intera comunità alle famiglie delle vittime.
Al termine della celebrazione è stato deposto un cuscino di fiori: un gesto semplice ma profondamente significativo, carico di memoria e rispetto. Un modo per dire, ancora una volta, che quei dodici operai non sono stati dimenticati.
Ricordare, infatti, non è soltanto un atto simbolico. È un impegno concreto. Significa custodire la memoria, ma anche trasformarla in responsabilità, affinché tragedie simili non si ripetano mai più.
La storia della Flobert è anche un monito sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, un tema che resta attuale e che chiama in causa istituzioni, imprese e società civile. Dietro ogni nome inciso nella memoria ci sono sogni spezzati, famiglie distrutte, vite interrotte troppo presto.
Oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, Sant’Anastasia continua a ricordare. Lo fa con compostezza, con rispetto, ma anche con la consapevolezza che la memoria è l’unico strumento per costruire un futuro diverso.
Perché certe ferite non si rimarginano.
E certe storie non devono essere dimenticate.
