
![]()
«Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra.» Così scrive Primo Levi nel libro La chiave a stella. E già questa frase basterebbe a spazzare gran parte della retorica sul lavoro. Perché Levi non parla per slogan. Non dice che il lavoro è sempre un valore, non lo trasforma in una parola sacra buona per ogni occasione. Dice qualcosa di più serio e, se vogliamo, anche più scomodo: il lavoro può avvicinarsi alla felicità, ma solo a certe condizioni. E infatti lo stesso Levi, in Se questo è un uomo, ci mette davanti all’altra faccia della medaglia. Lì il lavoro non è dignità, ma annientamento. Non è libertà, ma costrizione. Non costruisce, distrugge. E allora il punto è tutto qui, ed è un punto che oggi, nel giorno della Festa dei Lavoratori, dovremmo avere il coraggio di riprendere: il lavoro non è un valore in sé. Diventa valore solo quando resta umano. Altrimenti è solo fatica organizzata. E, nei casi peggiori, è qualcosa di molto più vicino all’umiliazione che alla dignità. In un Paese in cui si continua a parlare di lavoro come se fosse solo un numero, una percentuale da esibire, forse dovremmo tornare a Levi e farci una domanda più semplice e più onesta, quando compriamo la frutta oppure quando compriamo un pezzo di parmigiano al supermercato, quando chiamiamo un rider per farci portare la pizza a casa: questo lavoro ci rende più uomini o meno uomini? Perché tra queste due risposte c’è la differenza tra lavoro e sfruttamento.