
![]()
«La Santa Sede e l’Italia hanno riconosciuto la convenienza di eliminare ogni ragione di dissidio fra loro esistente, addivenendo a una sistemazione definitiva dei reciproci rapporti».
Con questa solenne premessa si aprono i Patti Lateranensi, firmati l’11 febbraio 1929, che posero fine a uno dei conflitti più lunghi e complessi della storia italiana: la Questione Romana.
Le origini del contrasto risalgono all’unificazione nazionale. Nel 1861, all’indomani della nascita del Regno d’Italia, Camillo Benso di Cavour proclamò Roma capitale, pur essendo la città ancora sotto il controllo pontificio. Solo nel 1870, con la presa di Roma, lo Stato italiano poté completare l’unità territoriale.
Nel tentativo di regolare i rapporti con la Santa Sede, il governo guidato da Giovanni Lanza varò nel 1871 la Legge delle Guarentigie, che riconosceva al Papa una serie di prerogative pur considerandolo formalmente suddito italiano. Il Pontefice dell’epoca, Pio IX, rifiutò però questa soluzione unilaterale: da allora e per decenni, i papi si considerarono “prigionieri” all’interno del Vaticano.
Una lenta distensione si ebbe solo nel primo Novecento. Durante il pontificato di Benedetto XV, la Chiesa favorì il ritorno dei cattolici alla vita politica, sostenendo nel 1919 la nascita del Partito Popolare Italiano. Parallelamente, lo Stato italiano, sotto la guida di Giovanni Giolitti, avviò una politica di reciproca autonomia tra potere civile e religioso, nota come dottrina delle “due parallele”.
L’avvento del fascismo accelerò il processo. La Santa Sede temeva una compressione della propria indipendenza, mentre il regime puntava a una legittimazione politica e simbolica. Nel 1926 iniziarono trattative riservate: per l’Italia con Domenico Barone, per la Chiesa con Francesco Pacelli. Nella fase conclusiva subentrarono direttamente Benito Mussolini e il cardinale Pietro Gasparri.
L’accordo fu firmato nella Sala dei Papi del palazzo di San Giovanni in Laterano. Il trattato, ratificato con la legge n. 810 del 27 maggio 1929, sancì il riconoscimento internazionale dello Stato della Città del Vaticano e, contestualmente, il riconoscimento del Regno d’Italia e di Roma come capitale.
Tra gli aspetti più rilevanti figuravano:
il riconoscimento degli effetti civili del matrimonio religioso
un indennizzo economico alla Santa Sede per la perdita del potere temporale
l’introduzione del cattolicesimo come religione di Stato
l’obbligatorietà dell’insegnamento della dottrina cristiana nelle scuole
Questi ultimi punti suscitarono forti critiche, soprattutto perché ritenuti limitativi della libertà religiosa. Nonostante il dissenso delle componenti laiche, i Patti furono recepiti nella Costituzione repubblicana del 1948, attraverso l’articolo 7.
La revisione arrivò nel 1984 con il nuovo Concordato, firmato dal presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli. L’accordo eliminò il riferimento alla religione di Stato e rese facoltativo l’insegnamento della religione cattolica, introducendo però nuove forme di sostegno economico alla Chiesa, come il meccanismo dell’otto per mille, e riconoscendo ampia libertà nell’istituzione di scuole confessionali.
I Patti Lateranensi, così riformati, restano ancora oggi uno dei pilastri del rapporto tra Stato italiano e Chiesa cattolica, equilibrio complesso tra autonomia reciproca, storia e trasformazioni della società.