SHREK – LA REINVENZIONE DELLA FAVOLA

di Sebastiano Gaglione

Un orripilante orco è il protagonista, il principe azzurro, invece, è l’antagonista, un ciuco sostituisce il nobile destriero, la principessa in pericolo in realtà è un’orca molto combattiva e, dulcis in fundo, il temibile drago è una draga che si innamora del ciuco.

Ecco, questa premessa basta e avanza alla Dreamworks per far comprendere allo spettatore come questo film segni un vero e proprio punto di rottura con il passato e quindi con la favola da sempre conosciuta, il cui incipit fondamentalmente si basa sulla principessa di turno che viene salvata dal suo principe azzurro in sella al suo cavallo bianco.

Le figure dei personaggi offrono un’immagine prettamente e appositamente caricaturali degli stereotipi fiabeschi, servendosi della sua arma segreta: l’autoironia. Facendo in modo che tutti possano immedesimarsi in ognuno di loro. In altre parole, il mondo di Shrek non perde tempo e coglie ogni singola occasione per prendersi beffa delle classiche favole tanto amate quanto, a lungo andare, ripetitive raccontateci sin da bambini e portate sul grande schermo dalla casa concorrente: la Disney. Molte scene presenti nell’opera, difatti, non sono altro che delle parodie di scene iconiche dei film più famosi della storia del cinema.

Precursore dell’inclusività, questo capolavoro firmato Dreamworks si preoccupa di andare ben oltre gli la canonicità sui generis e lo fa soprattutto tramite il suo protagonista, da cui prende il titolo il film d’animazione: Shrek.

Un orco temuto da tutti a causa della sua natura e che quindi trova la sua mission nello spaventare le persone. Un “passatempo” il suo, che in realtà cela una verità assai più profonda: il desiderio di accettazione. La solitudine dell’orco verde sembra essere apparentemente immutabile: egli viene giudicato esclusivamente per il suo aspetto fisico. La gente si limita all’apparenza, senza andare oltre il guscio. Un po’ come spesso accade nelle nostre vite.

Per questo “Shrek” è così reale ed autentico.

Parallelamente, per il medesimo motivo è molto facile per lo spettatore empatizzare con il protagonista del racconto.

In generale, tutti i personaggi del film non tendono ad ergersi perfetti, anzi è proprio il contrario: mettono in risalto proprio i loro difetti, non tentano di nasconderli. Difetti che costituiscono la caratterizzazione dei personaggi.

Allora ecco che una delle iconiche frasi di Shrek “meglio fuori che dentro”, non si limiti semplicemente a confluire nella vena comica del film, bensì a portare fuori tutto ciò che tendiamo a nascondere, un po’ per le nostre paure personali, un po’ per il timore di ricevere dei pregiudizi dagli altri.

Shrek ci invita ad essere noi stessi, a farci amare in primis per le nostre imperfezioni; perchè lì fuori, nel mondo reale, sono presenti una Fiona e un Ciuchino per tutti noi. Anche per il “più orco” di noi.

In definitiva, a distanza di circa un ventennio fa, ancora oggi “Shrek” è un cult a tutti gli effetti, un capolavoro che ha fatto la storia dei film d’animazione a tal punto da esser considerato come una sorta di spartiacque tra i film usciti prima di esso e quelli usciti in un periodo successivo. Un carattere così diverso, ma che trova la sua riconciliazione con il classicismo del genere nel suo epilogo finale, seppur con una piccola modifica: da un “e vissero per sempre felici e contenti” si passa ad un ben più originale e pertinente “e vissero per sempre orrendi e contenti”.