SCHOPENAUER E L’INELUTTABILE CONDIZIONE D’INFELICITÀ DELL’UOMO

di Sebastiano Gaglione

La figura di Schopenauer rappresenta una forte antitesi al pensiero Hegeliano.

La filosofia di Schopenauer rappresenta una forte critica alla filosofia di Hegel; alla sua base, infatti, vi è la convinzione che il principio fondante la realtà è un qualcosa di razionale: la volontà.

Schopenauer nacque a Danzica, in Polonia, nel 1788 da una famiglia borghese: il padre era un banchiere e la mamma era una scrittrice.

La sua figura si pone come una sintesi di varie filosofie: quella di Platone, di Kant, l’Illuminismo, il Romanticismo, l’Idealismo ed infine la spiritualità indiana.

Egli riprende il concetto di amore per la teoria delle idee, contrapponendosi alla contingenza e contrapponendo il mondo perfetto e quello effimero.

Inoltre, Schopenauer va a riprendere l’impostazione soggettivistica di Kant: spazio e tempo.

Per la costruzione degli oggetti servono i soggetti. La casualità è illusoria, effimera.

Per esempio, la rappresentazione dell’albero è nel soggetto. Dunque, non si conosce la verità dell’albero al di fuori del soggetto: per Schopenauer il dato fenomenico non si conosce; egli va a riprendere la molteplicità dei mondi.

Non esiste, o meglio, si nasconde, invece, il noumeno: tolgo il velo che nasconde il mio stesso corpo, che riesco a sentire ed a rappresentare.

Il mio corpo lo vedo dal di fuori e lo sento come volontà, oltre a viverlo dal di dentro.

Di conseguenza, il corpo può esser considerato come la chiave d’accesso alla verità perché mi mette in contatto con esso: mi fa capire che dentro le cose vi è questa verità, che può essere afferrata ripiegandoti su te stesso, sentendo che il tuo corpo (oggetto tra gli altri oggetti) è il principio metafisico di essere volontà (di amare, di mangiare, di vivere).

In realtà, l’uomo che ama è convinto di essere libero, ma il matrimonio diventa espressione della volontà di vivere (x+y=xy).

“Noi siamo volontà di vivere”, perciò noi siamo e le cose sono, proprio per il principio della medesima affermazione. La verità è comprensibile, ma non è razionale. Le cose sono inanimate, invece, la voglia di vivere è unica, eterna ed infinita: possiede le caratteristiche del divino, ma non è affatto Dio.

Se non si ammette il principio costitutivo della volontà e che è alla base della vita, allora vuol dire che l’uomo è necessitato a desiderare: tutto ciò relega l’uomo ad uno stato di sofferenza, in quanto egli stesso è, a tutti gli effetti, una volontà: desidera tutto ciò che non ha ed è proprio questa costante insoddisfazione a renderlo infelice.

La visione pessimistica della vita nasce proprio da questa tensione che alberga nell’uomo. La vita dell’uomo è un continuo volere ciò che non ha e quando ce l’ha questa tensione si blocca e subentra la noia, fino a quando non nasce un nuovo desiderio.

Da qui nasce l’affermazione di Schopenauer: “la vita è un pendolo che  oscilla tra dolore e noia”: è dolore perché la felicità c’è, ma dura giusto un attimo.

Sussiste, dunque, un pessimismo irrisolvibile, perché nel momento in cui si cancella la volontà, automaticamente si cancella la vita stessa.

Tuttavia, per il filosofo tedesco esistono tre strade per alleviare il dolore: L’arte, l’etica e la non volontà.

– L’arte: un esempio in tal senso, può esser rappresentato dalla musica: capace di smaterializzarsi e di suscitare nell’uomo dei sentimenti positivi che in quel momento gli alleviano il dolore. La musica è la più alta forma di arte per quanto riguarda questa consolazione perché permette all’uomo di allontanarsi momentaneamente dal dolore, permettendogli di estraniarsi dal mondo delle cose, dalle rappresentazioni. A tal proposito, è giusto fare un’osservazione: quante volte ritroviamo consolazione anche nella musica tragica? ebbene, con le sue note, essa ci fa avvicinare alle condizioni tragiche di altre persone, facendoci sentire meno soli e sfortunati, restaurando una sorta di empatia. Tale via è individuale;

– L’etica: la seconda via, quella dell’etica, non è più individuale e si divide in due strade: la giustizia (mia e altrui) e la compassione. Sono, infatti, queste due tappe a consentire all’individuo di uscire dalla sua condizione di egoismo. Nella giustizia, infatti, si riconoscono i propri diritti e quelli degli altri. Nella compassione, invece, ci si apre gli altri;

– La non volontà (annullarsi come volontà): per Schopenauer bisogna far trionfare la non volontà attraverso l’ascesi, la quale rende l’uomo in grado di dedicarsi alla spiritualità del proprio corpo, a non essere schiavo di relazioni materiali (ignorandole e governandole). In questo contesto, il filosofo si rifà al nirvana (derivante dalle filosofie indiane). In definitiva, l’ascesi equivale ad estirpare il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere. Equivale a vivere, di conseguenza, una vita di asceta.