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di dott. Filomeno Caruso
La Giornata Mondiale dell’Elettrosensibilità (EHS) si celebra ogni anno il 16 giugno. La ricorrenza è nata nel 2012 grazie all’iniziativa di movimenti civici e associazioni internazionali per dare voce e visibilità alle persone colpite da questa sindrome.
Oggi vogliamo fermarci un attimo. A coloro che convivono ogni giorno con sintomi spesso invisibili. A coloro che si sentono incompresi. A coloro che cercano soluzioni, protezione e comprensione.
Abbiamo coniato un termine: “Rendiamo visibile l’invisibile”.
Tra i sintomi accusati vi sono: cefalea, fatica, sonno disturbato, brain fog, disturbi della memoria a breve termine, irritabilità, ansia, labilità emozionale e altri sintomi come nausea, dolori toracici, palpitazioni, respiro corto, contratture muscolari, riduzione dell’appetito e reazioni cutanee.
Si parla inoltre di autismo, diabete nei bambini, tumore al cervello e alterazioni ormonali e del DNA. Quella dell’elettrosensibilità non è una malattia ambientale “rara”, come si tende a pensare, ma riguarda ogni uomo e ogni donna. La donna, soprattutto, per via del suo assetto ormonale.
Le conseguenze sarebbero state dimostrate da recenti studi di epigenetica, una branca della biologia molecolare: le onde elettromagnetiche possono influenzare l’assetto del DNA e variarne il fenotipo.
I disturbi lamentati si presentano in particolare a seguito dell’esposizione a reti Wi-Fi, Bluetooth, telefoni cellulari di tipo smartphone, cordless, lampade a risparmio energetico (lampade a fluorescenza e ad alogenuri), neon, elettrodotti, elettrodomestici, contatori smart meter, stazioni radio base, antenne di telefonia mobile, radar e qualsiasi ulteriore apparecchiatura che emetta campi elettromagnetici sia in bassa che in alta frequenza.
L’elettrosensibilità viene descritta come una «reazione avversa multiorgano caratterizzata da una moltitudine di sintomi aspecifici che possono variare per intensità e durata, sperimentata da una parte della popolazione in esito all’esposizione, per motivi lavorativi, residenziali o personali, a radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti emesse da diverse sorgenti sia in alta che in bassa frequenza».
Si stima che in Italia ne sia colpito circa il 3% della popolazione, di cui il 10% in forma grave.
La gravità dei sintomi induce tali persone a cercare luoghi in cui vivere lontano dalla presenza di campi elettromagnetici, al di fuori dei centri abitati. Vengono così gravemente compromesse la vita di relazione e quella lavorativa.
La definizione di ipersensibilità ai campi elettromagnetici è stata accettata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel congresso di Praga del 2004, nel quale si è riconosciuto che i sintomi accusati da chi ne è affetto sono reali. Essa è stata definita come «un fenomeno nel quale individui sperimentano effetti avversi alla salute mentre utilizzano o si trovano nelle vicinanze di apparecchiature che emettono campi elettromagnetici, magnetici o elettrici».
Qualunque sia la causa, l’OMS riconosce che tale condizione può costituire un fattore disabilitante per gli individui che ne sono afflitti, fino a costringerli ad abbandonare il lavoro e a modificare radicalmente il proprio stile di vita.
È mai possibile che, quando non sappiamo cosa dire, queste persone vengano classificate come pazienti psichiatrici, senza sapere che così facendo si arreca un torto anche alla psichiatria?
Basterebbe rifarsi al principio di precauzione, troppo spesso ignorato. Esso è un pilastro del diritto ambientale che impone alle autorità di adottare misure protettive quando un’attività umana o industriale presenta rischi potenziali e gravi per l’ambiente o la salute, anche in assenza di prove scientifiche definitive e certe.
Le origini e la normativa
Livello internazionale: è stato formalizzato a livello globale nel 1992 con il Principio 15 della Dichiarazione di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo.
Unione Europea: è sancito dall’Articolo 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).
Ordinamento italiano: è recepito dall’Articolo 301 del Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006), che obbliga a un’azione preventiva e anticipata rispetto al consolidamento delle conoscenze scientifiche.
A differenza del principio di prevenzione, che si applica quando un rischio è scientificamente accertato, il principio di precauzione interviene quando l’entità o la probabilità di un danno sono ancora ignote.
Basta rifarsi alla massima latina: «Primum non nocere, secundum esse cautum, tertium sanare».
Si tratta di un antico principio che definisce la scala di priorità che ogni professionista dovrebbe seguire. Non si tratta di essere favorevoli o contrari al progresso: tutti vorremmo utilizzare i benefici che la scienza ci offre. Tuttavia, questi non devono creare danni.
Al centro di ogni azione dobbiamo porre l’uomo. Tutto deve essere fatto nel rispetto della più preziosa delle risorse: l’essere umano.