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SPERONE – Non è un messaggio di circostanza. Non è una celebrazione vuota. È uno sfogo amaro, diretto, senza giri di parole. In occasione del Primo Maggio, il dott. Salvatore Alaia, già sindaco di Sperone, mette da parte la retorica e racconta una verità che molti vivono ogni giorno: quella di un lavoro che troppo spesso non garantisce né sicurezza né dignità.
“Ci raccontiamo che è la Festa dei Lavoratori – afferma – ma quale festa? Se guardiamo bene, oggi il lavoro è diventato per molti una corsa continua, precaria, instabile. Non c’è più sicurezza, non c’è più prospettiva. E quando manca il futuro, manca tutto”.
Parole dure, che fotografano un disagio reale. Il precariato, secondo Alaia, è il vero problema irrisolto: contratti a termine, stipendi insufficienti, giovani costretti ad andare via o ad accettare qualsiasi condizione pur di lavorare. “Abbiamo costruito una generazione senza certezze – continua – senza la possibilità di programmare una vita. E poi ci chiediamo perché i territori si spopolano”.
Ma il punto non è solo economico. È umano. “Il lavoro dovrebbe dare dignità – sottolinea – invece troppo spesso la toglie. Ti consuma, ti schiaccia. Turni massacranti, diritti sempre più fragili, sicurezza che diventa un dettaglio. E ogni volta che accade una tragedia si parla di fatalità. Ma non è fatalità. È un sistema che non funziona”.
Il riferimento è alle morti sul lavoro, una ferita ancora aperta. “Non è normale uscire di casa per lavorare e non tornare più. Non può diventare normalità. E invece rischiamo proprio questo: abituarci”.
Nel mirino anche la politica, accusata di parlare troppo e fare poco, soprattutto durante le campagne elettorali. “Si riempiono piazze e parole, ma nella vita reale cambia poco. Troppo poco. E nel frattempo la gente resiste, si arrangia, tira avanti”.
E proprio su questa parola, resistere, si chiude il suo pensiero: “Il Primo Maggio dovrebbe essere la festa della dignità del lavoro. Oggi rischia di essere il giorno della sopravvivenza. Ma non possiamo accettarlo. Dobbiamo tornare a dare valore al lavoro, a difenderlo davvero, non solo a raccontarlo”.
Un intervento forte, senza sconti, che riporta il Primo Maggio al suo significato più vero: una battaglia che non è mai finita.