I grandi fenomeni dell’Avellino anni ’80

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Il calcio in Irpinia è senza dubbio lo sport più seguito di tutti, come in tutta Italia. E nonostante in questo momento la squadra biancoverde non stia attraversando la miglior epoca della sua storia, ci sono stati degli anni in cui la società irpina ha provato emozioni forti anche in un campionato difficile ed esigente come la Serie A. Parliamo soprattutto del decennio del 1980, quando come a volersi vendicare con il mondo dopo il terremoto che nel novembre di quell’anno fece tremare la regione, l’Avellino Calcio fu protagonista di alcune annate di rilievo nel massimo campionato italiano. E fu proprio da quel momento così difficile per tutto un popolo che ebbe inizio la splendida favola dei Lupi in Serie A, una favola creata da uno storico patto tra i calciatori che portò a grandi frutti.

Juary, il funambolo

I grandi fenomeni dellAvellino anni 80Il più eclettico tra tutti i componenti dell’ USAvellino 1980 – 81 era sicuramente l’attaccante brasiliano Juary, un funambolo piccolo e minuto ma estremamente agile che era arrivato nell’estate del 1980 in Irpinia dal Messico. Alto 1,68 ma dotato di una grande abilità nello smarcarsi e nel creare superiorità numerica, fu lui l’alfiere di una squadra allenata dal connazionale Luis Vinicio, che dopo aver portato il Napoli a grandi successi aveva deciso di misurarsi in una sfida ancora più difficile e divertente allo stadio Partenio, dove era approdato proprio insieme a Juary. In quell’annata i Lupi partivano con una penalizzazione di cinque punti a causa della condanna per il calcio scommesse, ma proprio dopo il terremoto che spaventò tutti la squadra si compattò e diede il via a una storica rimonta che avrebbe portato al miglior piazzamento di sempre in Serie A, ossia il decimo posto finale. La squadra irpina visse sulle ali dell’entusiasmo di Juary, suo miglior cannoniere stagionale con ben 13 reti, il quale trascinò i suoi compagni non solamente con le sue giocate e con le sue reti ma soprattutto con l’entusiasmo che lo caratterizzava. Il suo temperamento allegro e spensierato, tipico dei brasiliani, fu fondamentale per tenere viva la squadra in ogni momento, anche quello più difficile.

Tacconi, la muraglia

Insieme a Juary c’erano altri elementi di spicco, come ad esempio il centrocampista Beniamino Vignola e l’attaccante Andrea Carnevale. Eppure una delle colonne dei Lupi era il portiere Stefano Tacconi, giunto in Irpinia anche lui nell’estate del 1980. L’estremo difensore perugino, noto per la sua grande abilità e reattività tra i pali, avrebbe disputato tre ottime stagioni con l’Avellino, attirando l’attenzione di tanti club di rilievo. Tra questi l’avrebbe poi spuntata la Juventus, una delle grandi candidate a vincere il campionato italiano 2021-22 secondo le quote sulla Serie A di Betway con una quota di 6 il 23 settembre 2021. Tacconi si distinse come uno dei migliori portieri d’Italia durante il triennio all’Avellino, specialmente per i suoi interventi spettacolari e per il suo temperamento. Una volta arrivato alla Juventus avrebbe poi vinto praticamente tutto a livello di club, entrando anche nel giro della nazionale italiana, squadra con la quale però disputò solamente sette partite per via della presenza di un fenomeno come Walter Zenga, che lo tenne quasi sempre in panchina.

De Napoli, il guerriero

Figlio della terra irpina, Nando De Napoli sarebbe entrato a far parte della prima squadra dell’Avellino solo dopo l’addio di Tacconi, ossia nell’estate del 1983. Nato nella vicina Chiusano San Domenico, il mediano tutto cuore avrebbe fatto faville nella squadra della sua città, disputando tre ottime stagioni in Serie A con la maglia biancoverde e diventando così un elemento di spicco. A conferma delle sue ottime qualità arrivò l’interesse del Napoli, il quale lo ingaggiò per rinforzare la sua mediana. Con gli azzurri De Napoli si scoprì un elemento importante nella squadra capitanata da Diego Armando Maradona, il miglior giocatore della storia che ha legato il suo nome a quello della società azzurra grazie a una serie di successi assoluti. Nella sua esperienza allo stadio che oggi porta proprio il nome dell’ex numero 10 azzurro, De Napoli, chiamato Rambo dai tifosi, vinse due Scudetti e una Coppa UEFA.

Quell’Avellino così sfavillante degli anni ’80 è adesso solo un ricordo, ma le sue grandi annate hanno scritto la storia del calcio campano.

 

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