Guida sentimentale ai Monti di Avella: Sopra l’Arenella, l’Acerone, il Ciesco Bianco. Il Partenio come non lo avete mai visto. Foto

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Guida sentimentale ai Monti di Avella: Sopra l’Arenella, l’Acerone, il Ciesco Bianco. Il Partenio come non lo avete mai visto. Foto

a cura di Valentina Guerriero

A soli quaranta chilometri da Napoli, giù dietro la mesta collina di Capodimonte a manca e la bruna falda della Somma a destra, là in fondo alla gran pianura nolana, si spiega, a guisa d’immensa muraglia di color gridellino, tutto il Partenio.”
Giustino Fortunato, L’Appennino della Campania



Da Napoli si vedono i monti di Avella: è quasi impossibile liberarsene. Dal piazzale di S.Martino, tra Capodimonte e il Vesuvio, come descrive Giustino Fortunato nel suo Appennino della Campania, quest’allegra muraglia è parte integrante della veduta. Anche se l’occhio cade più che altro sul Vesuvio, sul mare, sui dettagli del centro storico di Napoli, il Partenio è sempre stato lì, a completare il quadro. Montagne lontane e verdi, messe lì per decoro, come se castelli, golfo, vulcani, isole, palazzi reali, chiese e grattacieli non bastassero. 

E’ quindi abbastanza facile capire perché nell’immaginario degli escursionisti napoletani questi monti abbiano sempre avuto un certo valore, visti ogni giorno da casa. Buccafusca, futurista napoletano vicino a Marinetti, descrisse nel 1946 ben due salite al Partenio, nella sua Guida Sentimentale ai Monti del Sud. Giustino Fortunato (1848-1932) fa discendere l’affezione dei napoletani al Partenio addirittura alla tradizione greca, che vedeva i monti di Avella sede di riti pagani, i quali si ripetono ancora oggi inconsapevolmente due volte l’anno attraverso i chiassosi pellegrinaggi di Pasquetta e Ferragosto dei napoletani. Seppur ciò sia stato scritto nel 1878, pare che a 140 anni da allora niente sia cambiato.

“Era questo il monte sacro della greca Partenope, che presso un’ara di Cibele vi adorava i suoi numi protettori Castore e Polluce; era un vecchio nido della gente osca, prima abitatrice della Campania, dimora più tardi delle tribù irpine, di razza sannitica. Assegnato nel medio evo a confine fra due principati longobardi di Benevento e di Salerno, al tempio pagano successe lassù nel VII secolo il cenobio d’un vescovo penitente e nel XII la badia benedettina di san Guglielmo da Vercelli, d’onde, su lo scorcio del XV, fu tratto il corpo di san Gennaro, che Napoli, già dimentica da un pezzo del buon mago Vergilio, proclamò novello suo patrono. E due volte tuttora, in primavera e in autunno, la plebe napoletana trae al Partenio in chiassoso pellegrinaggio: due volte l’anno le feste cattoliche, rimembranze dei baccanali ellenici e dei saturanali romani, animano, come in antico, quell’ampia e misteriosa solitudine. Sono scorsi i tempi, mutati i nomi e le credenze; ma, nella tradizione popolare, rimane viva e gioconda la prisca usanza pagana.”

Ma questa è una mattina di aprile lontana dai giorni dei riti pagani ed è il giorno che abbiamo dedicato ad una delle ricognizioni di quello che momentaneamente consideriamo il sentiero di Buccafusca (ne abbiamo parlato in quest’articolo: “Guida sentimentale della Campania”. A 70 anni da Buccafusca, la salita al Ciesco Alto)

Come spesso già abbiamo fatto per salire al Belvedere, saliamo a Pannarano in auto, passando per i paesi di Mercogliano, Ospedaletto, Summonte. A Pietrastornina ci fermiamo a fare colazione in un panificio e poi proseguiamo secondo il programma: partiti con due auto, ne lasciamo una a Quattro Vie, località dalla quale è possibile innestarsi sul sentiero 227 che va dal Ciesco Bianco al Mafariello, o da cui raggiungere agevolmente il Piano di Lauro. Un’altra auto viene lasciata sopra l’Arenella, un balcone verde trapuntato di piccole margherite bianche che si affacciano su Campo San Giovanni, la grande piana che precede il Campo di Summonte.

Guida sentimentale ai Monti di Avella: Sopra l’Arenella, l’Acerone, il Ciesco Bianco. Il Partenio come non lo avete mai visto. Foto

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In realtà il programma iniziale prevedeva di proseguire in auto oltre l’Arenella fino al ripetitore (Toppa Riviezzo), in modo da giungere ancor più velocemente all ’Acerone, ma avendo trovato la strada ancora innevata (una sorpresa, siamo ad aprile) preferiamo partire a piedi dal balcone fiorito.
 Dall’Arenella iniziamo quindi il nostro percorso, il primo dislivello ci permette di salire sulla cresta. Colpisce fin da subito la vegetazione, oltre alle molte varietà di fiori, ci sono ciuffi rigogliosissimi verdi che spuntano dal terreno nudo. Sembra sia aglio orsino, e all’ombra cresce praticamente solo quello. Qui si presenta a noi una veduta simile a quella dall’Arenella ma ancor più ampia. E’ visibile nuovamente Campo San Giovanni, disteso tra i monti. Inizia così il percorso di cresta. Sarà un saliscendi fra neve ed alberi spezzati, specialmente più avanti sulla strada.

Uno dei nostri obiettivi, un obiettivo che ho sempre considerato preferito, tra le varie cime, è l’Acerone: è la cima più alta del Partenio, con i suoi 1598 metri, ed è il posto in cui conservo alcuni dei miei ricordi estivi. L’Acerone non è solo la punta più alta del Partenio, è qualcosa di profondamente nostro, che domina la piana in cui scorrono lente le giornate degli abitanti del Mandamento. L’Acerone di Avella è alto solo qualche solo metro in più del vicino Ciesco Bianco (1589) eppure è l’unico che sento mi interessi veramente.

Il nostro percorso va avanti con varie tappe.

Guida sentimentale ai Monti di Avella: Sopra l’Arenella, l’Acerone, il Ciesco Bianco. Il Partenio come non lo avete mai visto. Foto

1) Il Ripetitore

Nel nostro cammino, dall’alto vediamo prima il Campo San Giovanni e poi mano mano affiancarsi il Campo di Summonte. Dei corvi imperiali girano intorno al Ripetitore, come guardiani a una torre recente senza principessa. Al Ripetitore è anche possibile giungere in auto, attraverso una strada asfaltata, la strada di servizio del ripetitore, che non percorriamo, ritornando sul percorso di cresta fra gli alberi.
Appaiono le prime altre e nuove chiazze di neve, che si ricongiungono a quelle che avevamo incontrato in macchina sulla suddetta strada. 

Lo sguardo da qui si sofferma sulle Ripe della Falconara, dove festeggiai i miei 25 anni. Una terrazza più bassa, ma non per questo meno impervia o meno degna di rispetto, rocciosa, a picco sulla Valle delle Fontanelle.

Questa vegetazione verde fitta e vivace ci insegue ad ogni passo. Dove non è così vivace, spuntano dal terreno e dalla neve steli che sembrano dita affusolate di creature aliene, e che si spiegheranno poi in ali verdi dai fiori colorati e non rimarrà più alcun ricordo di quanto erano strane nella loro lotta iniziale per l’esistenza su questo pianeta.

Ad ogni alternanza di tratti tra gli alberi e tratti scoperti al cielo, il Campo di Summonte appare in un nastro panoramico che scorre alla nostra sinistra, adesso ampiamente riconoscibile per i tetti rossi delle due costruzioni che sono state poste lì non molti anni fa, e per il lungo abbeveratoio d’argento, per gli animali, che si mostra a noi più avanti. Gli alberi secolari alle spalle dell’abbeveratoio anche sono visibili. Questi alberi ricorrono nelle foto, a distanza di anni e anni, anche se le persone e le generazioni si succedono.

Guida sentimentale ai Monti di Avella: Sopra l’Arenella, l’Acerone, il Ciesco Bianco. Il Partenio come non lo avete mai visto. Foto

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2) Il termine

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Continuando a camminare nella direzione prescelta (la nostra direzione: Toppa Riviezzo-Acerone-Ciesco Bianco) s’incontra una lastra di pietra, che rappresenta il termine d’inizio del comune di Sperone e che risale al 1840. Da qui in poi, grazie al termine, sappiamo che camminando sulla cresta, da un lato sarà comune di Pannarano e dall’altro comune di Sperone. Documenti e testi relativi a questa divisione sono reperibili nella biblioteca di Sperone.

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La natura fa uno strano gioco sui due versanti, mostrando due volti, due stagioni diverse separate dal crinale. Sulla destra, nel vallone di Pannarano, rivolto verso nord, il terreno è innevato e gli alberi sono spogli, mentre a sinistra il cielo è ampio ed azzurro, la vallata verde e i fiori numerosi e di ogni tipo. Noteremo purtroppo, fra poco, che nonostante il sole e la natura siano più generosi nel lato di Sperone, non tutto è esattamente intatto come in quello di Pannarano.



3) L’Acerone. Si raggiunge dal Ripetitore in un gioco da ragazzi, in una calda giornata da agosto l’avevamo addirittura fatto correndo. Allora l’erba ingiallita sembrava grano, nel quale stendersi e guardare il panorama. Sentivo allora, per la prima volta dopo anni, di possedere tutta la bellezza di quelle montagne, una bellezza che era anche mia. Tenevo quei mesi d’estate in mano. Il sentiero dal Ripetitore all’Acerone fu allora piuttosto semplice, e a parte pochi tratti esposti al baratro, anche adesso proviamo a farlo velocemente, come quell’estate. Ma qualcosa risulta diverso. Si inizia ad avvertire il sospetto di qualcosa che non va. Un’inquietudine si affaccia alle nostre spalle, alcuni alberi che sono caduti, prima pochi, poi abbastanza, poi moltissimi, poi tutti. La nostra giornata spensierata muta in un continuo percorso a ostacoli tra alberi caduti per un motivo non del tutto chiaro. Le creste che erano vive, estive, floride, non ci sono più. Da qui in poi, quasi ogni albero è morto. Un incendio? Una malattia? Faremo in seguito tutte le dovute indagini del caso.

Si tratta di un problema che già avevamo notato anni addietro, ma che si è esteso. E che vista l’estensione, diventa allarmante.

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4) Il Ciesco Bianco. Come al solito non troviamo nessun cartello che ne indichi la cima, di 1589 metri, spesso confusa dagli inesperti con il Belvedere (1582) o con altri punti. Con un passaggio scendendo a lato della cima, aggiriamo il dirupo. Segue, il Belvedere, spettacolare, con una visione a quasi 360°, che conosciamo bene. Piccoli fiori di crocus tra i fili d’erba di primavera, nessun vento a tagliarci, e la vista su ogni cosa. La Valle Caudina, il Taburno, Napoli, Capri, Sorrento, e forse più spettacolari di tutte, le curve del Partenio viste in prospettiva, da qui cime riservate che s’alternano, mostrando quanto sia semplice camminarci sopra, semplicemente dopo aver scalato la prima. Il Piano di Lauro fra di esse è un fazzoletto verde (una malga scoperchiata, diceva Buccafusca quando salì al Belvedere).

 Scendiamo dal Belvedere e abbandoniamo il percorso di cresta per scendere dal lato di Pannarano, tra gli alberi spogli e la neve. Ogni tanto fra di essi spunta qualche bassa e verde pianta di tasso, che abbonda in questi boschi, famoso per essere definito il curaro d’Europa. Un’altra delle poche piante sempreverdi presenti in questi boschi di faggio, è l’agrifoglio. 

Qui scendiamo fino a località Quattro Vie.

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Il piano di Lauro in un dettaglio della veduta dal Belvedere

5) Il ritorno a casa per Campo Maggiore e Montevergine.
Scesi a Quattro Vie per il sentiero dello Scalandrone, dopo un saluto d’obbligo alla fontana dell’Acqua delle Vene, volgiamo a Montevergine, attraverso una strada tenuta abbastanza male, che passa per Campo Maggiore. Campo Maggiore è una piana immensa situata “dietro” Montevergine, con un laghetto, che negli ultimi anni non mi aveva dato per niente l’idea di essere incontaminata, per la frequente presenza di persone in motocicletta e go-kart. Adesso al crepuscolo però stava assumendo un fascino diverso. L’immagine che abbiamo di fronte sembra evaporare per lasciar posto alla sua corrispondente nella notte. Il bosco che contorna la piana sembra quello dove innamorati, ninfe e fauni, possano nascondersi e incidere i loro nomi sugli alberi. Fa freddo, molto più freddo che sulle creste, dove quella mattina non batteva il vento. Ci fermiamo a guardare la piana con il suo laghetto. Non c’è nessuno. Non lontano da qui, dovrebbe essere situato l’Orto di Virgilio, del quale si stanno perdendo le tracce negli anni, con la morte degli ultimi monaci che ne conoscevano la precisa ubicazione. In quest’orto Virgilio coltivava le piante officinali, in mezzo ai monti che contribuirono ad ispirare le Bucoliche. Tantissimi, gonfi e buffi crocus sono ovunque, gonfi come le piume degli uccellini al freddo nel buio che avanza, sul ciglio della strada. I crocus mi ricordano da sempre l’Orto di Virgilio, perché quando ci andai, da bambina, ne era pieno.
 Infine, un piccolo passaggio che ricorda il ponte all’inizio della Città Incantata di Miyazaki, ci riporta al mondo reale, quello dove abbiamo lasciato in stand by le nostre vite.

Tra scritte sui muri criptiche come “Non potresti tu farti monaco?”, eccoci all’Abbazia di Montevergine, dove salutiamo la Madonna prima di ritornare a casa.

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Il laghetto di Campo Maggiore
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La mia fantasia ci ha visto il passaggio all’inizio della Città Incantata…
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Il saluto alla Madonna di Montevergine, che protegge il Partenio
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Il panorama da Montevergine

Letture consigliate:

Giustino Fortunato – Il Partenio – L’Appennino della Campania
Guida sentimentale dei Monti del Sud – Emilio Buccafusca

Pino Eremita – Flora officinale spontanea dell’Appennino