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Ci sono strade che non si percorrono solo con i piedi, ma con il battito del cuore. Luoghi dove il cemento e la pietra non sono materia inerte, ma custodi silenziosi di un respiro collective, di generazioni che hanno riso, faticato, pianto e amato tra quegli stessi vicoli. Questo non è soltanto il ricordo di un uomo; è la mappa sentimentale di una Sirignano che resiste all’oblio, un canto d’amore viscerale dedicato a una terra, a un rione e a una comunità che, anche nel silenzio di oggi, continua a sussurrare la sua grandezza a chi sa ancora ascoltare.
Il silenzio di Capocasale: dove la pietra conserva la voce della storia
Via Marconi, già via Caracciolo. Chiudendo gli occhi per un solo istante, sembra quasi di poter sfidare il tempo e squarciare il velo del presente. Oggi questa strada, che per secoli è stata l’arteria pulsante, il midollo spinale e il cuore antico di Sirignano, si presenta agli occhi come un mosaico malinconico di case chiuse, serrande irrevocabilmente abbassate e finestre deserte che guardano il vuoto. C’è un peso in questo silenzio, un’assenza che diventa presenza fisica, un vuoto irreale che avvolge quello che un tempo era un formicaio di vita autentica, un rione fecondo di famiglie numerosissime, un pullulare continuo di passi frettolosi, richiami dialettali, risate di bambini e sguardi complici affacciati ai balconi. È il quartiere di Capocasale, la culla della mia anima, il luogo esatto in cui sono nato e dove, in fondo, è radicato l’ombelico della stragrande maggioranza dei sirignanesi.
Si racconta che la mia venuta al mondo, tra quelle pietre storiche, non fu un fatto privato, ma una vera e propria festa di popolo. C’era una folla trepidante, un’attesa comunitaria che si respirava sul selciato; e quando dalle finestre si diffuse la notizia del mio primo vagito, la strada esplose: saltarono i tappi delle bottiglie di vino paesano, i liquori fatti in casa e lo spumante, versati generosamente per festeggiare la vita che rinasceva nel cuore del rione. Ma il vero battesimo, quello profondo che ha segnato il mio destino e il mio sangue, me lo diede mia Nonna Nunziata: con la sacralità di un antico rituale, usando la punta di un cucchiaino, mi porse una goccia di caffè appena fatto, il primo, caldissimo benvenuto della mia famiglia. Si racconta che io risposi subito con uno schiocco delle labbra, un piccolo gesto istintivo per aver gradito quella preziosa bevanda scura. Un presagio, forse, o una promessa: non a caso, oggi, sono un cultore e un “cafettiere”.
La mia infanzia a via Marconi era racchiusa e protetta da una geografia sentimentale infallibile, un cerchio d’amore che non lasciava spazio alla solitudine. All’inizio della strada abitavano i miei nonni paterni; alla fine, proprio nel punto in cui la via scende e curva per immettersi verso Piazza Principessa Rosa, c’era la salumeria di mia madre. Se mai, da bambino, avessi provato a scappare spinto dalla curiosità, sarei stato intercettato immediatamente: ogni passo era sorvegliato da occhi colmi di affetto, un controllo rigido ma dolcissimo, come una dogana alla frontiera dell’anima. Ho vissuto lì solo i miei primi due anni prima del nostro trasferimento in via Roma, ma sono stati ventiquattro mesi densi, viscerali, intrisi di valori semplici, puliti e incancellabili.
Via Pietro Fiordelisi: il grande teatro della vita e la freschezza della ghisa
Pagine intere di un libro sacro non basterebbero a contenere gli aneddoti civili, umani e politici che si sono consumati a pochissimi passi da via Marconi, precisamente in via Pietro Fiordelisi, nella cornice pulsante di Piazza dei Caduti. Era quello il vero teatro del quotidiano, il palcoscenico dove la comunità si specchiava. Lì sorgeva l’ufficio postale, e accanto si apriva il mitico bar di Zi Carluccio Acierno (o Basso), storicamente e popolarmente ribattezzato il “Bar dei Masti”, il cenacolo dove si incrociavano le discussioni accese, i destini del paese e le battute dei maestri artigiani.
Proprio nel cuore della piazza, fiera e instancabile, si ergeva la storica fontana a colonna in ghisa. Era un punto di sosta obbligato, un monumento alla quotidianità. Da quella bocca di ghisa sgorgava un’acqua che è rimasta impressa nella memoria di chiunque l’abbia provata: era un’acqua freddissima, quasi ghiacciata, che d’estate regalava un brivido di vita pura. Berla a grandi sorsi, poggiando le mani bagnate sulla ghisa, era un sollievo che curava la fatica delle lunghe giornate.
E proprio lì di fronte, in via Pietro Fiordelisi, si apriva l’universo magico del portone che fu anche del mio bisnonno e di Zia Fortunata Pascale. Da quella soglia antica si affacciava la maestria senza tempo di Zio Felice e Zia Mariannina, detti i Spurtullar. Mani d’oro, consumate dal lavoro, capaci di intrecciare i sogni e il vimine. I loro cesti e le loro sporte non erano semplici utensili, ma vere e proprie opere d’arte artigianali che nascevano sotto gli occhi della strada, pezzo dopo pezzo, per poi essere vendute e apprezzate nei mercati di tutto il Sud Italia.
Il Monumento, il Cisternone e le ferite del tempo
Proprio di fronte a questo nucleo vitale di uffici, artigiani, fontane e caffè, a fare da baricentro emotivo, sorge la zona popolata detta ‘Gopp o cisternone, dove si trova il Monumento ai Caduti. Un tempo quel luogo sacro era un vero e proprio sagrario militare, prima delle radicali e discusse trasformazioni urbanistiche avvenute nei primi anni Novanta, quando si decise di chiudere definitivamente la grande cisterna. Quella cisterna era il cuore idrico e sociale della memoria collective: per generazioni e generazioni aveva raccolto pazientemente l’acqua piovana, un serbatoio vitale e prezioso che dissetava e salvava la popolazione durante i mesi di torrida e soffocante calura estiva.
Quell’opera di chiusura e i successivi, ripetuti interventi che il monumento ha subito nel tempo hanno però lasciato in eredità una problematica strutturale gravissima e dolorosa. L’interramento forzato della cisterna e le alterazioni urbanistiche dell’area hanno drasticamente modificato i flussi e i naturali deflussi sotterranei dell’acqua, determinando un massiccio e continuo fenomeno di umidità di risalita che ha aggredito lo storico palazzo retrostante e confinante. Un’evidenza documentale inconfutabile, supportata da inoppugnabili testimonianze fotografiche esistenti, dimostra chiaramente lo scempio e il progressivo deterioramento causato nel tempo dall’impatto di tali opere sulle pareti del fabbricato. Se da un lato la recente ristrutturazione ha finalmente restituito decoro al Monumento ai Caduti, dall’altro ha lasciato completamente irrisolto il danno indotto alle facciate del prestigioso e adiacente stabile privato, che attende ancora un doveroso e necessario recupero strutturale, essendo state le sue mura letteralmente logorate e consumate da questa prolungata e invisibile aggressione idrica.
E pensare che il disegno e il destino di questo squarcio di Sirignano avrebbero potuto prendere una piega completamente diversa. Subito dopo il drammatico terremoto del 1980, sfruttando i fondi della legge 219, era stato redatto e approvato un ambizioso progetto: abbattere tutte le canoniche case sul lato destro entrando in via Marconi da Piazza dei Caduti, così da allargare l’antico centro storico di questa arteria principale. Gli stabili avrebbero dovuto arretrare di circa quattro metri, andando ad occupare e ridisegnare i giardini retrostanti. Ma la politica ha i suoi tempi fangosi e le sue maree improvvise: le dimissioni repentine di quell’amministrazione arenarono per sempre l’idea, che venne frettolosamente archiviata e lasciata morire nel dimenticatoio dai governi locali che si alternarono nei decenni successivi.
La protezione di San Leonardo e il silenzio che aspetta
Scendendo verso la fine del rione, la salumeria di mia madre sorgeva nella storica zona di San Leonardo. Lì, a benedire i passanti e le fatiche di chi lavorava, c’era – e resiste miracolosamente ancora oggi – una bellissima nicchia esterna. Al suo interno custodisce l’immagine del Santo, dipinta con colori vividi e lucenti sulle celebri maioliche di Vietri sul Mare. Quello sguardo di ceramica, sopravvissuto ai terremoti, alle intemperie e all’abbandono delle case, rimane l’ultimo baluardo di una devozione antica, un punto luce che continua a vegliare sulla strada solitaria.
Così, Capocasale è rimasto com’era. Non si è trasformato in un quartiere moderno e non ha voluto farsi ridurre a un freddo e grigio quartiere dormitorio. È rimasto, semplicemente, un rione muto. Un luogo silenzioso, quasi abbandonato, dove le porte sbarrate e i catenacci arrugginiti sembrano custodi severi di un segreto immenso e indicibile: ci ricordano, a ogni istante, il valore profondo di ciò che eravamo e da dove veniamo.
Camminare oggi lungo via Marconi, svoltare verso via Fiordelisi o sostare sotto la nicchia di San Leonardo non è una semplice passeggiata: è un esercizio di archeologia dell’anima, una preghiera laica. Se ti fermi al centro della carreggiata, chiudi gli occhi e fai davvero silenzio dentro di te, quel vuoto smette di essere vuoto. Il vento che s’incanala tra i vicoli stretti sembra riportare indietro l’eco delle risate fuori al bar dei Masti, la freschezza argentina dell’acqua della fontana in ghisa, il profumo intenso del caffè di Nonna Nunziata e il rumore secco, ritmico, del vimine piegato dalle mani sapienti dei cestai sul portone.
Le facciate storiche colpite dalle ingiurie del tempo e dalle infiltrazioni irrisolte non sono semplici rughe di vecchiaia, ma cicatrici aperte di una complessa storia urbana che aspetta ancora piena giustizia e tutela. Quelle case chiuse non sono vuote: sono scrigni colmi fino all’orlo di sguardi, di legami di sangue e di quella dignità antica che ha reso Sirignano grande. Spetta a noi, che quelle voci e quei volti li portiamo ancora marchiati a fuoco dentro al cuore, fare in modo che questo silenzio profondo non si trasformi mai in oblio. Perché finché qualcuno ricorderà lo schiocco di quelle labbra al sapore di caffè, Capocasale non sarà mai davvero sola.
Maicol Acierno

