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di Pellegrino Palmieri
Ci sono frasi scritte trent’anni fa che sembrano non avere tempo. Questa di Alexander Langer è incisa nella memoria di chi lavora ogni giorno per costruire ponti. Langer aveva capito prima di molti altri che il mondo sarebbe andato in una direzione inevitabile: popoli diversi, culture diverse, religioni diverse, storie diverse che si incontrano, si intrecciano e, nel migliore dei casi, imparano a convivere. La vera sfida non era impedire questo processo, ma governarlo senza rinunciare alla propria umanità. Per questo parlava delle “non-persone”. Uomini e donne che esistono, lavorano, producono ricchezza, tengono in piedi interi settori dell’economia, ma che vengono riconosciuti solo quando fanno paura. Invisibili quando raccolgono pomodori nei campi, assistono gli anziani, lavorano nei cantieri, nei magazzini o nelle nostre città. Visibilissimi quando qualcuno decide di trasformarli in un bersaglio politico.
Chi ha letto Langer, chi ne conosce la storia umana e politica, difficilmente potrà riconoscersi nella cultura della destra sovranista e nelle teorie che oggi vengono proposte da personaggi come il generale Vannacci. Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di visione del mondo. Langer ha passato la vita a costruire ponti. A spiegare che la convivenza è una fatica necessaria. Che il mondo non si divide tra noi e loro, tra puri e impuri, tra chi appartiene e chi deve essere respinto. E forse il punto centrale è proprio questo: le persone dimenticano. Dimenticano perché approfondire è faticoso. Studiare è faticoso. Conoscere davvero la storia è faticoso. Molto più semplice affidarsi agli slogan, alle semplificazioni, alle parole d’ordine che promettono soluzioni immediate a problemi complessi. Ma la realtà non è mai uno slogan. L’amore è faticoso. La solidarietà è faticosa. L’amicizia è faticosa. Perfino la semplice convivenza è faticosa. Perché richiedono ascolto, comprensione, pazienza. Richiedono di accettare che l’altro sia diverso da noi. Che abbia una storia diversa dalla nostra. Che abbia limiti, difetti, fragilità. Richiedono un investimento. L’odio no. L’odio è molto più semplice. È un sentimento di chiusura. Non richiede comprensione. Non richiede studio. Non richiede alcuno sforzo. Ti offre un nemico, una spiegazione semplice e la rassicurante illusione che tutti i problemi abbiano un responsabile facilmente individuabile. Ma proprio per questo l’odio impoverisce. Chi vive nella paura dell’altro ha meno occasioni per conoscere il mondo. Meno occasioni per imparare. Meno occasioni per crescere. E, alla fine, meno occasioni perfino per conoscere sé stesso. Per questo il dibattito sull’immigrazione non può essere ridotto alla caricatura tra buonisti e cattivisti. La sicurezza è un diritto. Le famiglie hanno diritto a vivere tranquille e a pretendere il rispetto delle regole. Nessuno dovrebbe avere paura di affermarlo. Ma una cosa è governare un fenomeno complesso. Un’altra è trasformare milioni di esseri umani in una minaccia collettiva. Una cosa è discutere di politiche migratorie. Un’altra è parlare di remigrazione come se uomini, donne e bambini fossero pacchi da rispedire indietro. Anche perché esiste una contraddizione che troppo spesso fingiamo di non vedere. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi del mondo. Nascono sempre meno bambini. Mancano lavoratori in interi settori produttivi. Una parte importante del nostro welfare, della nostra assistenza agli anziani, della nostra agricoltura e della nostra economia si regge anche sul lavoro degli immigrati. Ma il punto più importante non è nemmeno quello economico. Il punto è che una società si misura da come tratta le persone più vulnerabili. Dalla capacità di riconoscere l’umanità dell’altro anche quando è diverso da noi. Dalla volontà di costruire ponti invece di muri. Langer lo aveva capito molti anni fa. E forse oggi, in un tempo dominato dalla paura, dalla rabbia e dalla ricerca continua di un nemico, la sua lezione è più attuale che mai. Perché il contrario della paura non è l’ingenuità. È la conoscenza. E la conoscenza richiede impegno, studio, fatica. La stessa fatica che richiede la convivenza. Ma è da quella fatica che nascono la pace, la prosperità e le società migliori che l’umanità abbia mai costruito.