Mandamento, storia e identità: Maicol Acierno contro la “Città Unica” calata dall’alto

Mandamento, storia e identità: Maicol Acierno contro la “Città Unica” calata dall’alto

Il territorio della bassa Irpinia, storicamente racchiuso nello spazio ideale del Mandamento, rappresenta un mosaico unico in cui la profondità della storia antica si scontra costantemente con la complessità della modernità. Da un lato, queste terre custodiscono un patrimonio d’identità straordinario, forgiato nei secoli attraverso passaggi d’epoca cruciali: dalle radici preromane e osco-sannitiche ai fasti feudali, dalle grandi devozioni religiose e monastiche fino alle intuizioni infrastrutturali dell’Ottocento. Dall’altro lato, la modernità impone oggi sfide globali, spinte alla standardizzazione e disegni di riorganizzazione amministrativa che rischiano di sacrificare la ricchezza delle singole specificità sull’altare di un’efficienza burocratica spesso illusoria. In questo delicato equilibrio tra passato e futuro, riscoprire la memoria millenaria dei nostri borghi non deve significare un nostalgico ritorno al passato o, peggio, la giustificazione per nuove imposizioni centraliste, bensì lo strumento critico fondamentale per difendere l’autonomia, la dignità e la voce sovrana di ogni singola comunità di fronte ai disegni politici del presente.

​Il Mandamento oltre la retorica: tra sogni interrotti e vecchie egemonie politiche

​”Durante una recente giornata trascorsa con la mia famiglia, spinto da un profondo amore per l’arte e per la storia della nostra terra, ho deciso di visitare il Museo Irpino, splendido polo culturale ospitato all’interno del suggestivo Complesso Monumentale dell’ex Carcere Borbonico di Avellino. È stato proprio mentre scorrevo tra le sale della Sezione Risorgimento, muovendomi con la mia sedia a rotelle tra le testimonianze del passato, che la mia attenzione è stata catturata da un pezzo di storia straordinario, la cui vista ravvicinata ha suscitato in me un’emozione intensa e inaspettata: l’antico stendardo in tessuto pregiato del Battaglione della Guardia Nazionale del Mandamento di Baiano.”
​Ritrovare questo frammento di tessuto così finemente conservato e carico di storia, quasi nascosto tra i corridoi del tempo, è stata un’impresa per certi versi ardua ma immensamente gratificante. Osservare da vicino le trame di quel manufatto prezioso, con i suoi ricami dorati logorati dagli anni, mi ha spinto a una profonda riflessione sulla nostra identità territoriale, portandomi a guardare oltre la retorica e i sentimentalismi nostalgici che spesso accompagnano queste risoperte storiche.
​Se da un lato, infatti, la riscoperta di questo stendardo viene oggi proposta da alcuni ambienti quasi a voler preparare il terreno e abituare l’opinione pubblica a un disegno di fusione municipale o di una “Città Unica” calata dall’alto, un’analisi attenta di questo cimelio ci rivela una verità storica ben diversa. La storia, quella autentica, ci insegna che il centralismo e le decisioni d’ufficio non sempre hanno fatto il bene del nostro territorio, e che le geografie politiche del passato sono spesso nate da precise influenze di potere a scapito del bene comune.
​Per comprendere come si siano create certe asimmetrie nel comprensorio, basta rispolverare uno dei più grandi “sogni nel cassetto” rimasti incompiuti nella storia delle nostre infrastrutture: il completamento della linea ferroviaria che oggi si ferma a Baiano. Pochi ricordano che la linea ferroviaria che oggi identifichiamo con la Circumvesuviana (la storica tratta Napoli-Nola-Baiano) nacque originariamente con un respiro molto più ampio. Non doveva essere un simple binario di collegamento tra Napoli e l’agro nolano-baianese, bensì un’opera strategica fondamentale, architettata per unire direttamente il Capoluogo Campano con il Capoluogo irpino, la città di Avellino. Questo grandioso progetto fu la grande intuizione di una delle figure più illustri del nostro territorio: Sua Eccellenza Giuseppe Caravita, Principe di Sirignano, deputato e poi senatore del Regno. Un uomo di straordinaria lungimiranza che vedeva in questa infrastruttura la chiave per strappare l’Irpinia dall’isolamento, collegando le aree interne ai flussi commerciali e culturali di Napoli. Tuttavia, quel disegno così ambizioso si arenò bruscamente, rimanendo per sempre confinato in un cassetto.
​Baiano capolinea: una scelta di pesi politici
​Perché il treno non ha mai superato la forca di Baiano per raggiungere Avellino? La risposta non sta solo nelle evidenti difficoltà tecniche del valico appenninico, ma nelle dinamiche del potere dell’epoca. All’epoca della formazione e del consolidamento del Mandamento, Baiano fu scelta come fulcro e, successivamente, come capolinea ferroviario non per una naturale centralità geografica, ma perché poteva contare su una classe politica e su notabili estremamente influenti presso i palazzi governativi. Le decisioni strategiche si muovevano sull’asse delle convenienze elettorali e del peso specifico dei rappresentanti locali. Il risultato fu l’interruzione di un collegamento che avrebbe potuto cambiare la storia economica dell’intera provincia, lasciando a Baiano il ruolo di “stazione terminale” e privando gli altri comuni del comprensorio di uno sbocco diretto verso l’interno.
​Analisi iconografica: lo stendardo del Mandamento come simbolo di imposizione
​La prova di questa impronta centralista e burocratica è ricamata, letteralmente, proprio sullo stendardo esposto all’ex Carcere Borbonico di Avellino. L’iconografia di quel pregiato cimelio parla chiaro: si tratta di un tricolore italiano di epoca sabauda che reca al centro lo stemma del Regno d’Italia (lo scudo rosso con la croce bianca dei Savoia), sormontato dalla corona reale e circondato dalle diciture ricamate “BATTAGLIONE DELLA GUARDIA NAZIONALE” e “MANDAMENTO DI BAJANO”.
​Questo stendardo, dunque, non è affatto l’emblema di una spontanea unione fraterna o di un’identità culturale nata dal basso tra i nostri paesi. Al contrario, esso rappresenta l’ordinamento di un’istituzione militare e di controllo territoriale della monarchia sabauda, concepita dallo Stato centrale per l’amministrazione prefettizia. Presentarlo oggi come il simbolo storico di una “comunità d’intenti” da resuscitare sotto forma di una “municipalità unica” o “Città del Baianese” è un salto logico che rischia di strumentalizzare la memoria storica per fini amministrativi attuali.
​La vera e nobile identità storica di queste terre risiede altrove: nell’autonomia delle singole comunità e nelle loro specifiche radici feudali e civiche. Si pensi, ad esempio, al maestoso blasone storico dei Caravita, Principi di Sirignano (lo scudo d’azzurro al leone d’oro, attraversato da una fascia rossa caricata da tre stelle d’argento) , o allo stemma civico moderno concesso a Sirignano nel 1977, che celebra l’operosità e la vocazione agricola del paese attraverso l’effigie del toro di nero, il tralcio di vite e il rametto di nocciolo.
Maicol Acierno