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di Nando Silvestri
Mentre i fautori del “si” si leccano le ferite e quelli del “no” esultano come adolescenti che “vincono” il loro orsetto di peluche al luna park in Irpinia si muore di lavoro più che altrove. Secondo l’Inps l’incremento medio degli infortuni sul lavoro e’ del 14% nel periodo 2024 2025 in Campania. Stando invece, ai dati provenienti dall’ Associazione dei Mutilati e Infortunati sul Lavoro di Avellino, in Irpinia la percentuale delle vittime degli incidenti sul lavoro e’ del 28% nello stesso periodo considerato. In Irpinia accadono almeno 6 incidenti sul lavoro ogni giorno (uno ogni 4 ore), dei quali due comportano menomazioni permanenti. Inoltre, in provincia di Avellino, muore per incidenti sul lavoro un lavoratore ogni due mesi. Si tratta di una dichiarazione di guerra che il sistema ha inviato formalmente ai ceti più deboli in una provincia dove, peraltro, il lavoro rimane una chimera. Stando ai dati commentati dal professore Mario Seminerio, insigne economista nazionale, emergerebbe già da un anno in tutta la Campania un vero e proprio travaso di persone che smettono di fare parte della categoria “disoccupati” per riempire le fila della sezioni “inoccupati”. Ciò significa che molti lavoratori che hanno perso il lavoro o che un lavoro vero e proprio non l’ hanno mai avuto, smettono definitivamente di cercarlo per sfiducia. Non e’ tanto una scelta speculativa indotta da un welfare troppo generoso come molti pensano, quanto un orientamento disperato. Si obietta spesso che i lavoratori campani siano poco produttivi ma non vi può essere lavoratore più produttivo di un uomo che, per portare il pane a casa e’ disposto a morire o a ferirsi gravemente. E succede proprio in Irpinia, dove l’ abbondanza delle risorse idriche non toglie la sete di dignità di quanti, per lavorare, ci rimettono la pelle più che nel resto della Campania. Chi ha votato “no” al referendum si nasconde dietro la presunta affermazione di una Costituzione oramai già morta e sepolta da una tecnocrazia che ha spinto l’Italia e il Sud nel baratro. Per custodire la Costituzione si dovrebbe prima onorarne il primo articolo, divenuto desueto per le spinte sul mercato del lavoro che abbassano vertiginosamente il prezzo del lavoro stesso (il salario) senza che nessuno alzi un dito. La sudditanza italiana ai dictat europei entra perfino nelle case degli agricoltori irpini dediti alla produzione della nocciola. E quando si enfatizzano le farse sulla salvaguardia dell’ambiente in nome dell’ agricoltura 4.0 e del “green”, non si fa altro che avallare l’enorme mole di costi in investimenti che i produttori debbono sostenere inevitabilmente per volontà dell’UE. Ma se i ricavi restano immutati e i costi aumentano a dismisura in tutti i settori, l’unico modo per restare sul mercato e’ quello di abbattere la qualità dei prodotti e quella del lavoro domandato. Cosicché non c’è modo di evitare gli incidenti sul lavoro se ne viene ridimensionata e svilita la sicurezza e la dignità. A poco servono i controlli sul luogo di lavoro da parte delle Forze dell’Ordine se cresce l’ assuefazione istituzionale, morale e civile alle morti bianche. Ne e’ la prova tangibile la provincia di Avellino che dovrebbe rappresentare un monito con i suoi dati visibilmente allarmanti afferenti agli infortuni sul lavoro. A che serve l’indipendenza di un magistrato se in un’ aula di tribunale non ha i mezzi per perseguire di fatto i responsabili di tante sofferenze e disgrazie divenute oramai “strutturali” ? Il diritto interno e internazionale brulicano di vuoti, deroghe e spazi fin troppo vitali per oltraggiare e attentare alla salute dei lavoratori di tutte le categorie. E non e’ certo l’indipendenza dei magistrati che ci salverà dalla “moderna barbarie” (così la definiva il filosofo napoletano GB Vico) di un ordinamento che massacra in silenzio chi lavora onestamente tanto nel portafoglio quanto nel proprio sangue. E’ troppo tardi per difendere la Costituzione tenuto conto che l’unico articolo che ancora oggi viene rispettato e’ quello sui colori della bandiera (art. 12).