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Dall’8 settembre al 2 ottobre 1943: la guerra in paese, i tedeschi, le mine, la fame e poi l’arrivo degli americani
Di Francesco Piccolo
La guerra, a Mugnano del Cardinale, non fu un fatto lontano. Non fu solo una notizia ascoltata alla radio o letta sui giornali. Fu paura nelle strade, notti senza sonno, famiglie rifugiate nelle campagne, carri armati davanti ai portoni, ponti fatti saltare, soldati in marcia, fame, saccheggi, mine. Fu soprattutto la sensazione che da un momento all’altro potesse accadere qualsiasi cosa.
Tra l’8 settembre e il 2 ottobre 1943 il paese visse venticinque giorni drammatici, rimasti impressi nella memoria collettiva come uno dei passaggi più duri della sua storia. A consegnare questi ricordi alla comunità è stato il compianto prof. Alfonso D’Andrea, giornalista e Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, che da testimone bambino trasformò quegli eventi in una narrazione civile e storica, legata non alla grande strategia militare ma alla vita concreta della popolazione.
Tutto comincia la sera dell’8 settembre 1943, quando la voce del generale Badoglio annuncia l’armistizio. Per molti italiani sembra la fine della guerra. In realtà, per tanti paesi del Sud, è l’inizio di una nuova fase ancora più incerta. A Mugnano del Cardinale la notizia si diffonde subito e nel Santuario di Santa Filomena si riversano soprattutto donne: madri, spose e sorelle di soldati lontani, prigionieri o dispersi. La chiesa si riempie di pianti, invocazioni, ginocchia trascinate sul pavimento, lacrime e preghiere. Il paese capisce immediatamente che nulla sarà più come prima.
Il giorno dopo, mentre a Salerno è in corso lo sbarco alleato, anche da Mugnano si avverte che il fronte si è avvicinato. I colpi dei cannoni delle navi sembrano vicinissimi. Il rombo arriva fino alle campagne, dove c’è chi cerca appena qualcosa da mangiare e chi si ferma di colpo, impaurito, credendo che quelle cannonate possano piombare da un momento all’altro proprio lì.
Nel frattempo i tedeschi attraversano il territorio e la loro presenza si fa sempre più visibile. A un certo punto in piazza Umberto I compare persino un autoblindo tedesco che punta il cannoncino verso l’educandato Maria Cristina di Savoia. La gente guarda da lontano, attonita, mentre due soldati scendono dal mezzo, tentano di forzare un ingresso e si muovono con la chiara intenzione di cercare armi o prendere il controllo della zona. Sono scene che fanno capire come la guerra sia entrata pienamente nel tessuto del paese.
Con il passare dei giorni cresce il terrore. La strada nazionale, che attraversa Mugnano per oltre un chilometro e mezzo, diventa il corridoio del passaggio militare tedesco. Automezzi che si fermano, soldati che scendono, uomini in divisa che si inoltrano nelle strade del centro abitato. Per gli abitanti anche solo vederli passare basta a generare angoscia. Molte famiglie decidono allora di lasciare temporaneamente le case e di rifugiarsi nelle campagne circostanti o sul Monte Litto, dove si improvvisano ripari di fortuna e capanne. Si cerca un posto sicuro, si torna in paese solo per procurarsi un po’ di viveri, poi di nuovo via, lontano dal rischio di rappresaglie.
La vita quotidiana si spezza. La fame, scrive D’Andrea, “la faceva da padrona”. Ogni alba si apriva come un’incognita. Nessuno sapeva come sarebbe finita la giornata, né cosa si sarebbe sentito durante la notte.
Tra gli episodi più significativi di quel settembre c’è quello dei saccheggi. I soldati tedeschi non si limitano al controllo militare: razziano biancheria, argenteria, oggetti di casa. In un caso una motocicletta con sidecar arriva sotto il cosiddetto “suppuorto” di via Marchese Ippolito e i militari mettono in vendita la refurtiva, tra cui lenzuola ricamate, davanti a donne del posto incuriosite e spinte dalla povertà. A interrompere quella scena umiliante arriva una guardia comunale che, con grande coraggio, intima alla gente di allontanarsi e ai tedeschi di andar via. E i militari, senza reagire, ripartono.
Intanto arrivano le “notti dei ferri”, quelle del passaggio incessante delle colonne corazzate in ritirata. Per ore, dalla mezzanotte all’alba, la strada nazionale viene percorsa da mezzi cingolati: carri armati, autoblinde, automezzi da combattimento. Il rumore è assordante, continuo, insopportabile. Non fa dormire nessuno. Le case lungo la strada tremano. La popolazione vive in fibrillazione, sospesa tra la paura dell’avanzata alleata e quella delle mosse tedesche.
Il culmine si raggiunge il 1° ottobre 1943. Verso mezzogiorno Mugnano viene letteralmente invasa da carri armati tedeschi. I mezzi si dispongono lungo la strada nazionale, presso il Ponte di Basso, lungo il viale De Lucia, sotto i portoni dei palazzi. Il paese ha l’impressione netta di essere diventato un punto strategico. I carri occupano gli spazi del vivere quotidiano, mentre i bambini guardano da lontano e gli adulti cercano di capire cosa stia per succedere. Poi, nel tardo pomeriggio, quei mezzi ripartono. Ma la tensione non si scioglie.
La notte tra l’1 e il 2 ottobre è segnata da un boato violentissimo: i tedeschi fanno saltare Ponte Gaudi, già minato in precedenza, nel tentativo di rallentare l’avanzata anglo-americana. È la tattica della terra devastata: ostacolare la marcia alleata distruggendo ponti e punti di passaggio.
Poi arriva la mattina del 2 ottobre 1943, il giorno della liberazione. È una mattina di apparente calma ma carica di attesa. Un aereo sorvola la zona, poi si sentono colpi di mitragliatrice. Gli ultimi due tedeschi rimasti in paese stanno cercando di far saltare anche il Ponte di Basso quando si trovano davanti due soldati americani della pattuglia di esplorazione. Aprono il fuoco. Uno dei due statunitensi viene colpito mortalmente, l’altro riesce a salvarsi dietro il tronco di un pioppo. I tedeschi fuggono subito dopo, ma prima fanno saltare i palazzi Lembo al rione Cardinale per ostruire la strada con le macerie e rallentare ancora l’avanzata americana.
Il soldato statunitense sopravvissuto resta solo, con il corpo del compagno ucciso. Si dirige verso Mugnano e incontra un piccolo gruppo di uomini. Tra loro c’è uno sfollato napoletano che conosce l’inglese per aver vissuto negli Stati Uniti. È lui a parlargli, a rassicurarlo, perfino a offrirgli da bere, vincendo la diffidenza del militare con un gesto semplice e umano. Poco dopo quel gruppo accompagna il soldato verso i suoi commilitoni che stanno avanzando da Monteforte.
Quando gli americani giungono alle prime case del paese la scena cambia improvvisamente volto. Alla paura subentra il sollievo. La gente accorre, applaude, si commuove. Una donna, probabilmente una sfollata napoletana, si getta al collo dell’ufficiale che guida la compagnia e gli offre un fascio di fiori arrangiato alla meglio. È una delle immagini più intense di quella giornata: il passaggio dalla guerra alla speranza.
Ma anche nel giorno della liberazione la morte non si ferma. Poco dopo l’ingresso della truppa americana una mina lasciata dai tedeschi esplode sulle falde del monte Arciano. Due contadini e una ragazzina erano tornati nei campi dopo giorni di assenza. L’ordigno uccide un uomo e la bambina. È il segno più crudele di come la guerra continuasse a colpire anche mentre il paese festeggiava la fine dell’occupazione.
Nel pomeriggio e fino a sera la strada nazionale viene attraversata dal grosso delle forze alleate. Passano soldati in lunghissime file, poi jeep, camion, autoblinde, carri armati, mezzi anfibi. Ai bambini si lanciano caramelle e cioccolata, agli uomini sigarette. Una vecchietta, vedendo uno di quei soldati americani masticare una gomma, gli domanda se “ritornano ’e prigionieri”. Lui non capisce le parole ma annuisce con il capo. In quel gesto incerto c’è forse tutta la speranza di una popolazione stremata.
Questa non è soltanto la storia di un passaggio militare. È la storia di una comunità ferita che ha visto la guerra entrare nei portoni, nelle chiese, nei campi, nelle notti senza sonno, nei ponti distrutti, nei corpi travolti dalle mine. Ed è anche la storia di una memoria affidata alla scrittura di Alfonso D’Andrea, che ebbe il merito di non lasciare quei venticinque giorni nel silenzio.
Ricordarli oggi non significa guardare solo al passato. Significa riconoscere che la storia dei piccoli paesi è parte piena della storia d’Italia. E che anche da Mugnano del Cardinale passa una lezione ancora viva: la guerra non è mai astratta, arriva sempre nelle case, nelle strade e nella vita delle persone.
Perché, come scrisse lui stesso nelle conclusioni del suo racconto,
questa storia fa parte della nostra storia.


