Sanremo 2026, la notte finale tra musica, emozioni, passaggio di consegne e polemiche: vince Sal Da Vinci

Sanremo 2026, la notte finale tra musica, emozioni, passaggio di consegne e polemiche: vince Sal Da Vinci

SANREMO — La settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo si è conclusa con un esito che ha unito entusiasmo e contestazione, confermando ancora una volta la natura profondamente divisiva della più importante manifestazione musicale italiana. A vincere è stato Sal Da Vinci, artista napoletano che con il brano Per sempre sì ha conquistato il primo posto al termine di una finale lunga, stratificata e carica di significati, dentro e fuori dal palco.

Il suo successo, costruito anche attraverso una forte circolazione sui social e una crescente popolarità durante la settimana, è apparso nelle ultime ore quasi inevitabile. Eppure, al momento della proclamazione, il Teatro Ariston si è trasformato in uno spazio di reazioni contrastanti: applausi, ma anche fischi e dissenso, segno di una classifica che non ha convinto tutti.

Alle spalle del vincitore si sono classificati Sayf, secondo, e Ditonellapiaga, terza, seguiti da Arisa e dalla coppia Fedez-Marco Masini. Una graduatoria che ha lasciato fuori dalla top five alcuni nomi dati per favoriti, alimentando immediatamente il dibattito pubblico.

La serata finale si è aperta con un tono istituzionale, segnato da un messaggio per la pace e da un richiamo alla responsabilità dell’informazione in scenari di crisi internazionale. Un momento che ha ricordato come il Festival, pur essendo spettacolo, continui a rappresentare anche uno specchio del tempo presente.

Da lì in avanti, lo spettacolo ha seguito il suo ritmo consueto: una successione di esibizioni, ospiti e momenti di intrattenimento che hanno alternato leggerezza e riflessione. Tra ironia e improvvisazione, la presenza di Nino Frassica ha alleggerito i passaggi più formali, mentre artisti di diverse generazioni hanno contribuito a costruire un mosaico musicale ampio e disomogeneo.

Tra i momenti più significativi, l’intervento di Gino Cecchettin ha riportato il Festival su un terreno di forte impatto emotivo, con un discorso sulla violenza di genere che ha attraversato il teatro e il pubblico televisivo, rompendo per alcuni minuti la dimensione dello spettacolo per entrare in quella della testimonianza civile.

Parallelamente, la musica ha continuato a essere il centro della scena: dalle esibizioni più energiche a quelle più intime, fino alla presenza di grandi nomi come Andrea Bocelli, che ha riportato il pubblico a una dimensione più solenne e classica della manifestazione.

Uno dei passaggi più simbolici della serata è stato però il cambio di testimone tra Carlo Conti e Stefano De Martino, annunciato in diretta. Un gesto che ha segnato non solo la chiusura di questa edizione, ma anche l’inizio di una nuova fase per il Festival, affidato a una figura più giovane e legata a un diverso linguaggio televisivo.

Se sul palco si celebrava la musica, fuori e dentro l’Ariston cresceva intanto il dibattito sulla classifica finale. Le contestazioni si sono concentrate soprattutto sull’esclusione dalla top five di artisti come Serena Brancale, Fulminacci ed Ermal Meta, considerati da molti tra i protagonisti più solidi della competizione.

Anche il posizionamento di alcuni artisti sul podio ha suscitato perplessità, così come la vittoria stessa di Sal Da Vinci, ritenuta da una parte del pubblico pienamente meritata e da un’altra discutibile. Il sistema di voto, che combina televoto, sala stampa e giuria delle radio, ha contribuito a determinare un equilibrio che non ha coinciso con le preferenze di tutti.

I numeri raccontano una competizione serrata: se il televoto aveva premiato maggiormente Sayf, è stato il peso complessivo delle altre giurie a spostare l’ago della bilancia verso Da Vinci, consegnandogli una vittoria maturata sul filo.

Come spesso accade a Sanremo, la musica si è intrecciata con la percezione pubblica, con i social e con le aspettative costruite nei giorni precedenti. Il risultato finale non è stato soltanto una classifica, ma un punto di convergenza tra gusti, narrazioni e tensioni collettive.

E proprio in questa complessità risiede la forza del Festival: un evento capace di celebrare la canzone italiana e, allo stesso tempo, di generare discussione, riflessione e, talvolta, divisione. Un rituale nazionale che, anno dopo anno, continua a rinnovarsi senza perdere la propria natura profondamente controversa.