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Alla mia comunità sirignanese:
Ad un mese esatto dalla festa cosiddetta “estiva” di Sant’Andrea Apostolo, sento il bisogno profondo di rivolgermi alla mia comunità, affidando ai miei concittadini una riflessione che tocca le radici stesse della nostra identità.
Questa fotografia, tratta dal mio archivio personale, racchiude la vera, autentica bellezza del nostro Santo Patrono prima di subire i due restauri. Siamo alla fine degli anni Cinquanta, io non ero ancora nato, sotto l’androne della sua Chiesa.
Guardando questa immagine si riscopre il volto originario di Sant’Andrea. Come attestano i documenti e gli studi archivistici sulla statuaria sacra del nostro territorio, si tratta di un’opera lignea di straordinaria intensità espressiva risalente al periodo d’oro del barocco napoletano, tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, nata dalla celebre scuola scultorea campana. Nonostante l’assenza di documenti ufficiali nell’archivio di Nola, una attenta ricostruzione storico-artistica permette oggi di leggere l’eccezionale paternità di questo simulacro, i cui tratti stilistici conducono direttamente alla cerchia del grande maestro Giuseppe Picano – celebre per la vibrante espressività teatrale dei volti – e alla rinomata bottega dei Verzella (Francesco e Pasquale), raffinati maestri d’ascia napoletani. La finezza del volto, la barba ricciuta e la postura fiera ne sono la prova tangibile.
Ma a differenza dell’altare maggiore della nostra chiesa, legato storicamente ai potenti del tempo, questa statua – custodita nel suo altare laterale – ha una storia ben più nobile: è nata dal cuore stesso di Sirignano, realizzata e pagata interamente con i soldi e i sacrifici del popolo. Prima degli interventi moderni, i colori della statua avevano una profondità viva: il contrasto profondo tra il verde scuro della tunica, impreziosita da ricami floreali in oro zecchino eseguiti con la raffinata tecnica barocca dell’estofado de oro tipica della scuola dei Verzella, e il rosso intenso del mantello che avvolgeva la figura con pieghe solenni e naturali.
In questa foto si nota chiaramente la base originale proprio ai piedi del Santo, finemente dorata. Proprio al di sotto della base dorata, quasi a suggello di un legame eterno con la sua terra, si trovava impresso un epitaffio che risuona come un giuramento di fuoco: “SIRIGNANO È MIA E IO LA DIFENDERÒ”.
Nelle movenze del Santo si leggono i simboli della sua chiamata e del suo martirio: la mano sinistra si stringe saldamente attorno alla grande croce decussata, grezza e imponente, poggiata alle sue spalle; una mano appoggiata a quel legno a forma di X perché lui, nella sua immensa umiltà, scelse di morire come Cristo, ma su una croce diversa per non eguagliare il Maestro. La mano destra è invece protesa in avanti e sostiene le sarde d’argento, a ricordare la sua via da pescatore di Galilea diventato pescatore di uomini. Ai suoi piedi, dipinto sulla base a perenne memoria della devozione popolare e del legame con i mestieri del mare e del commercio, si scorge l’antico bilancino da pescivendolo, la stadera tradizionale che i nostri padri hanno voluto inserire per stringere il Santo vicino alla vita quotidiana dei lavoratori.
Al di sotto della base, la paragna utilizzata per portarlo in processione mostrava una scelta cromatica speculare e devota: era dipinta di verde, richiamando perfettamente la tunica, con rifiniture in argento che riprendevano sia le tradizionali sarde sia il suo prezioso reliquiario settecentesco. Questo reliquiario, manufatto in argento di inestimabile valore storico e affettivo, fu donato con immenso sacrificio dai Sirignanesi emigrati in America. Esso ha la forma di una croce decussata che rappresenta due tronchi d’albero intrecciati: un richiamo potente e commovente alle nostre montagne e al duro, sapiente lavoro dei nostri mannesi. Alla sua base, dove i tronchi d’albero si incrociano, il reliquiario reca le sarde d’argento che emettono acqua dalla bocca, a rappresentare il mare e l’elemento marino legato al Santo pescatore; il tutto è posto davanti all’urna tempestata di pietre preziose che custodisce le sacre ossa del Santo. Un tesoro di fede che, secondo l’antico e solenne rituale napoletano speculare a quello di San Gennaro, viene offerto in bacio al Popolo sirignanese nei giorni della sua festa.
La statua poggia sulla paragna vecchia, quella storica, in un momento di intima e sacra attesa. In quell’androne si respirava l’atmosfera di un giorno in cui la luce del sole e le ombre dei tigli annunciavano la primavera dell’8 febbraio. Sant’Andrea era lì, pronto per essere portato a spalla, sollevato dalla fede viva del suo popolo.
Negli anni Settanta, già intorno al 1976, partecipavo con orgoglio alla processione affianco a mio Nonno Michele, quando gli uomini erano uomini, prima ancora di crescere e avere l’onore di diventare un cullatore. Già da allora, muovendo i primi passi, ho capito cosa significasse offrire la propria forza a Sant’Andrea, onorando le mie radici sirignanesi e la mia Famiglia. Si camminava con il peso del legno sacro che diventava leggero grazie alla devozione, seguendo una tradizione secolare.
Oggi, a un mese dalla festa di agosto, sento il dovere di lanciare un auspicio e un monito: che Sant’Andrea torni finalmente alle antiche tradizioni di Sirignano. E questo non deve valere soltanto per il mese di agosto, ma anche per le altre due processioni invernali, quella di novembre e quella di febbraio. La dignità del nostro Patrono non va a stagioni.
Come diceva un vecchio, saggio prete del nostro paese, il nostro Patrono ha bisogno di guantiere di fiori per essere onorato al suo passaggio, portato a spalla dagli uomini di Sirignano che non hanno paura della fatica. Non ha bisogno di furgoni, né di chi concepisce la festa come un’esibizione di facciata o una mera esposizione di potere economico. Chi pensa solo a gestire i soldi, senza offrire la propria forza e la propria spalla, svuota il senso profondo del nostro culto.
Per queste ragioni, come ho già ampiamente evidenziato nei miei precedenti interventi pubblici, denunciando la scomparsa della nostra antica tradizione del cullare e la deriva di una motorizzazione moderna, ribadisco con fermezza la mia totale non adesione a questa festa così concepita.
E sia chiara una cosa importante, che per me resta fondamentale: le porte di casa mia sono chiuse, e rimarranno per sempre sbarrate, non solo per la mia ferma protesta contro questa motorizzazione moderna, ma soprattutto per le gravi mancanze di rispetto e le offese che ho dovuto subire a livello personale e familiare. Chi calpesta l’educazione e il valore umano non troverà mai più un varco aperto. La dignità non si piega alle convenienze del momento.
Voglio chiudere questo mio intervento dedicando a Sirignano la preghiera che i portatori storici di Amalfi rivolgono al Santo prima di poggiare la spalla sotto le travi, affinché tutti ricordino cosa significhi davvero servire il Patrono:
”O glorioso Sant’Andrea Apostolo, che per primo riconoscesti Gesù come Messia e Lo seguisti con cuore pronto, guarda a noi che oggi ci apprestiamo a sostenere il peso del tuo simulacro.
Concedici la forza fisica e il coraggio dell’anima, affinché le nostre spalle non cedano sotto la fatica e i nostri passi siano fermi nell’onorare il tuo nome.
Fa’ che questo sforzo non sia vana gloria o esibizione, ma testimonianza sincera di devozione, unione e rispetto verso la nostra storia. Proteggi il tuo popolo che ti acclama e cammina al nostro fianco. Amen.”
Michele Acierno
Custode della memoria e delle tradizioni di Sirignano