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C’è chi parla, e poi c’è chi insiste. E insiste da anni. Dal 2007, per essere precisi. E quando si parla di battaglie vere, di quelle che non fanno rumore ma cambiano la vita delle persone, il nome è sempre quello: Salvatore Alaia.
Perché qui non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Qui si parla di famiglie, di figli, di dignità. E di uno Stato che troppo spesso arriva tardi. Troppo.
Il Centro Autistico di Avellino è diventato negli anni il simbolo di una storia che ha dell’incredibile. Progetti, promesse, carte, firme. E poi? Silenzio. Burocrazia. Rinvii. Come se il tempo non contasse. Come se il dolore potesse aspettare.
E invece no.
Alaia questa cosa non l’ha mai accettata. Ha continuato a battere, a parlare, a sollecitare. Non per sé, ma per quelle famiglie che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa, fatta di sacrifici e amore. Famiglie che non chiedono favori, ma diritti.
Ora qualcosa si muove. Finalmente. L’affidamento della gestione a un consorzio di imprese e l’intesa tra l’Asl di Avellino, con la dottoressa Maria Concetta Conte, e il Commissario prefettizio Giuliana Perrotta, fanno pensare che questa volta si possa davvero arrivare alla meta.
Ma attenzione: qui non si tratta di tagliare nastri e fare passerelle.
Qui si tratta di dare risposte.
Perché il rischio, come sempre, è che tutto resti sulla carta. E allora la domanda è semplice, diretta, senza giri di parole: quanto devono aspettare ancora queste famiglie?
Alaia lo dice chiaramente, senza diplomazie: questa è una battaglia di civiltà. E ha ragione. Perché un territorio si misura da come tratta i più fragili. E su questo, fino ad oggi, c’è poco da essere orgogliosi.
Adesso serve un segnale vero. Non annunci. Non promesse.
Fatti.
Perché il tempo delle attese è finito. E perché quel centro non è solo una struttura: è una speranza. E le speranze, quando si accendono, non possono più essere spente.