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“La pressione fiscale sale perché aumenta il gettito fiscale proveniente dai nuovi lavoratori assunti: certo!”. Queste , le gravi inesattezze proferite dalla premier Meloni in un recente discorso pubblico “a sfondo economico” . Non e’ una questione di essere di “destra o di sinistra” ma solo di matematica per l’economia e di buonsenso. La macroeconomia di tutti i manuali universitari accreditati del nondo insegna che tra gettito fiscale e pressione fiscale non c’è un rapporto immediato diretto (come vorrebbe lasciare intendere la premier) in quanto sono diversi i fattori che influenzano la pressione fiscale stessa. Tra questi elementi ci sono il reddito medio, i contributi sociali, le imposte dirette e il Pil, ovvero la ricchezza nazionale misurata attraverso criteri quantitativi. Va subito precisato che il rapporto fra Pil e pressione fiscale e’ indiretto, ovvero inverso. Cio’ significa che la pressione fiscale potrebbe diminuire se il Pil aumentasse realmente. Dal momento che i pochissimi aumenti di punti di Pil italiano sono esclusivamente indotti dall’ uscita aumento dell’inflazione (non da un aumento reale di produzione e ricchezza) che, a sua volta , equivale ad una tassa aggiuntiva sui consumi (come scrisse il Premio Nobel per l’Economia Milton Friedman), l’incidenza dei tributi (palesi e nascosti) pesa sul reddito dei consumatori ancora più di quanto appaia dai dati ufficiali. Per quanto concerne, invece, l’aumento del gettito fiscale indotto dal presunto aumento di lavoratori occupati, invocato farsescamente dalla Meloni bisogna precisare che la quasi totalità dei nuovi assunti e’ stata canalizzata nel settore dei rinnovamenti di edilizia nazionale finanziati attraverso i fondi pubblici.
La pletora di nuovi lavoratori occupati fantasticata dalla premier e’ destinata, dunque, a lavori temporanei che producono versamenti fiscali altrettanto provvisori. Quindi, i ridotti aumenti di ricchezza nazionale non influenzati dall’inflazione di cui si e’ già parlato, si rivelano scarsi sia dal lato quantitativo che da quello qualitativo poiché praticamente transitori. D’altro canto gli incrementi delle imposte dirette come Irpef e Ires e quello dei contributi sociali e’ stato, invece, estremamente consistente, spingendo la pressione fiscale ancora più in alto e abbassando, del resto la capacità di spesa dei consumatori.
La stessa OCSE ha conteggiato a valori superiori al 7% il calo dei salari reali (ossia i compensi misurati sul livello medio dei prezzi, w/p). Se ne deduce che tutte le cause dell’ aumento effettivo della pressione fiscale sono di matrice disfunzionale e peggiorativa, non lasciano alcuno spazio vitale alle fantasiose giustificazioni della premier. Va infine precisato che la caduta verticale dei redditi medi che, come si e’ visto, influenzano negativamente la pressione fiscale innalzandola, e’ ancora più massiccia nel Meridione: ciò significa che la piaga dell’ aumento della pressione fiscale e’ ancora più dolorosa e distruttiva nel sud Italia. Purtroppo, l’evasione fiscale di sopravvivenza e l’elusione fiscale restano gli unici strumenti di “adattamento” ad orientamenti istituzionali che evocano più le chiacchiere da bar che gli argomenti fondati dell’ economia politica.
