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La crisi del Partito Democratico ad Avellino e nella sua provincia non può essere compresa se la si riduce a una semplice difficoltà organizzativa o a una congiuntura elettorale sfavorevole. Essa è, prima di tutto, una crisi dovuta alla volontà di gestire il partito evitando scientificamente il confronto e creando le condizioni per l’allontanamento sistematico dei militanti più appassionati e più attivi. Quando un partito smarrisce il proprio ruolo di direzione morale e intellettuale di una comunità, continua forse a esistere sulla carta, ma cessa di vivere politicamente. La comunità democratica, che dovrebbe costituire il tessuto vivo del partito, si è progressivamente dissolta. I circoli, che un tempo erano luoghi di confronto, di elaborazione collettiva, hanno chiuso o sopravvivono come bandierine di questo o quel politico. Esistono come sigle, come indirizzi, ma non come organismi reali. In essi non si forma una volontà collettiva: si conserva, al più, una rete di relazioni personali. Questo svuotamento non è casuale, ma è il prodotto di una trasformazione più profonda. Il partito ha rinunciato a essere un luogo di formazione e si è adattato a una funzione puramente gestionale. Non organizza più il consenso, lo contabilizza. Non costruisce più un orizzonte, ma si adatta. La politica viene così ridotta a un mero calcolo opportunistico: in base al trend si scelgono candidati e tattiche elettorali. In tale contesto il simbolo del partito perde il suo contenuto ideale e diventa un marchio da affidare in franchising. Un segno vuoto, riproducibile ovunque, separato dalle condizioni concrete del territorio. Avellino e l’Irpinia cessano di essere realtà storiche determinate, con i loro bisogni specifici e le loro contraddizioni, e diventano semplici spazi in cui applicare strategie decise altrove. Con le liste bloccate, questa prassi, diventa una delle forme più avanzate di subalternità politica. E mentre il partito diventa etereo, la vita reale dei cittadini peggiora. Problemi come un’istruzione di qualità, servizi per l’infanzia, la sanità, il lavoro, la sicurezza, non sono temi secondari, ma il terreno concreto su cui si misura la capacità di un partito di rappresentare e organizzare interessi concreti. Ignorarli significa rinunciare a esistere.
Un partito che non seleziona i suoi rappresentanti attraverso la militanza, lo studio, il lavoro nei territori, ma attraverso la fedeltà personale e l’appartenenza a reti di potere, non può che produrre mediocrità. In esso i giovani, quei pochi che restano, non vengono formati, ma indirizzati all’obbedienza; l’impegno disinteressato è scoraggiato; la critica è vissuta come una minaccia. Così si spezza il rapporto tra partito e società, e il partito diventa un mero centro di potere dove l’attività principale si riduce alla contabilità. La politica non è una scienza esatta, ma una pratica fatta di pazienza, di impegno, di educazione. È un lavoro artigianale, lento, che richiede presenza, ascolto, passione, capacità di interpretare la società e di costruire una direzione comune. Il Partito Democratico senza una ricostruzione profonda della sua funzione culturale, senza il ritorno a una vita reale nei territori, senza la formazione di una nuova idea di società, continuerà a esistere solo come nome e come simbolo, ma non come forza capace di incidere nella vita reale delle persone. Perché un partito vive solo nella misura in cui organizza una comunità. Quando questa funzione viene meno, resta solo l’apparato.
Pellegrino Palmieri
