SIRIGNANO 1906-2026: IL MIRACOLO CHE SQUARCIÒ LE TENEBRE

SIRIGNANO 1906 2026: IL MIRACOLO CHE SQUARCIÒ LE TENEBRE

​Nel 120° Anniversario della Protezione dell’Apostolo contro il Fuoco, la Peste e la Guerra

DI MICHELE ACIERNO

​INTRODUZIONE: LO SGUARDO DI DIO SUL VOLTO DEL PATRONO

Scrivo queste righe con il cuore rivolto a chi ci ha preceduto, a quelle mani stanche e a quelle anime piene di fede che hanno saputo leggere i segni del Cielo quando la terra sembrava tremare sotto i piedi. Documentare quella luce oggi, in questo gennaio che apre l’anno del 120° anniversario, è un atto d’amore per proteggere la nostra identità dall’oblio.
​IL BUIO DEL 1906: LA PASQUA DI FUOCO E IL VOLTO TRASUDANTE

L’eruzione del 1906 non fu un evento di un solo istante. Già dal mese di gennaio, il Vesuvio iniziò a manifestare la sua forza con boati e tremori. Ma fu intorno al periodo di Pasqua che l’apocalisse si scatenò: la notte del 4 aprile 1906 divenne la “triste notte” del sabato sulla domenica delle Palme. Un’orrida bufera di cenere e arena oscurò il cielo, e pietre grandi come “rupi” cadevano come terribile grandine. Mentre le campane suonavano a stormo, i fedeli impauriti si rifugiarono in chiesa, temendo che i solai crollassero sotto il peso immane dei lapilli.
​In quei momenti d’angoscia, Sant’Andrea fu fatto scendere dal suo trono e posto al centro della navata, rivolto verso il portone spalancato per intercedere contro la furia del vulcano. Mentre a Napoli la cenere trasformava la città in un paesaggio spettrale, chi era a Sirignano testimoniò un fatto prodigioso: il volto del Santo era improvvisamente sbiancato e sembrava trasudasse per l’angoscia, partecipando al dolore dei suoi figli. Fu allora che una sfera di luce purissima squarciò il fumo vulcanico, entrò dal portone e illuminò proprio quel volto sofferente. Fu il segno della protezione divina: Sirignano era salva.

​1918: L’OMBRA DELLA FALCE SUL TERRITORIO E LO SPETTRO DELLA MORTE

Ma la protezione del Patrono non si fermò al fuoco. Nel 1918, un nuovo nemico invisibile varcò i confini del mondo: la “Febbre Spagnola”. In quel tempo di immenso dolore, non solo Sirignano, ma tutto il nostro territorio e i paesi vicini furono vittime della scure della morte. Lo spettro della malattia si aggirava tra le case dell’intero Vallo, agitando la sua falce spietata che mieteva vittime senza sosta. L’ombra della “morte nera” sembrava voler inghiottire ogni speranza, lasciando le famiglie del circondario nel pianto e nella desolazione. In quell’ora estrema, Sirignano si strinse ancora una volta attorno al suo Apostolo, invocato come scudo contro quella falce distruttrice. La fede del popolo riuscì a diradare l’oscurità, strappando al destino la salvezza dei suoi figli e offrendo un faro di speranza a tutta la nostra terra.

​I PROTAGONISTI DELLA FEDE E IL LEGAME CON NAPOLI

Sirignano riflette la nobiltà della scuola napoletana. Esiste un legame millenario con il Duomo di Napoli: proprio come per San Gennaro, la Teca di Sant’Andrea viene prelevata dal reliquiario argenteo dell’Ottocento per il bacio del popolo. Segni tangibili di questa fratellanza artistica sono le lampade argentee ottocentesche (oggi spente), gemelle di quelle ancora esistenti nel Duomo di Napoli all’ingresso delle catacombe. Esse recavano le Pigne Rosse in vetro, simbolo solenne del martirio e del sangue versato. Nei primi del secolo, Don Liberato Gallicchio (n. 1883) portava il Reliquiario dell’Ottocento con la croce a tronchi d’albero, aprendo la strada a Don Gennaro Napolitano (n. 1871), stimato sacerdote avellano, che recava il Santissimo Sacramento sotto l’ombrello processionale. Una liturgia che a Mugnano del Cardinale il caro Monsignor Giovanni Braschi ha onorato fino alla fine, rispettando il voto della processione nell’ultima domenica di luglio.

​L’ANTICO ALTARE: LA PROVA DEL SETTECENTO CONTRO L’OBLIO

L’altare laterale è un monumento del XVIII secolo, come attestato ufficialmente dalla Soprintendenza per i Beni Culturali della Diocesi di Nola. La presenza della “breccia rossa” e dei putti barocchi sono la firma di una fattura settecentesca, confermata dal simulacro stesso di Sant’Andrea, anch’esso del Settecento: non è credibile che l’altare sia stato inaugurato con due secoli di ritardo rispetto alla venuta del Santo.
​L’analisi dei documenti è chiara: nel libretto originale del 1925 di Don Francesco Fiordelisi non vi è alcun riferimento a un’inaugurazione di un nuovo altare. Questa prova è ribadita nel libretto del 2005 (oggi dimenticato), del cui Comitato Festa io stesso facevo parte e dove il mio nome è inciso. In quella fedele ristampa, di cui conservo gelosamente tre copie, non vi è menzione di alcuna inaugurazione nel 1926. Se fosse esistito un nuovo altare, Don Francesco lo avrebbe celebrato nel libretto. Ciò dimostra che l’altare esisteva già dal ‘700 e nel 1925 subì solo restauri conservativi. Purtroppo, dopo il 1980, alcuni battiscopa di marmi originali e il portale in noce della nicchia furono rimossi, lasciando il simulacro esposto all’umidità.
​IL PERCORSO STORICO: LE TAPPE DELLA MEMORIA
Il cammino dell’Apostolo segue un tragitto antico e preciso: attraversa sotto Palazzo Caravita per via Marconi, svoltando in via Pietro Fiordelisi. Giunto al bivio, la processione gira a destra in via Domenico Acierno — evitando di proseguire verso via Picariello a Quadrelle — per poi svoltare nuovamente a destra al primo incrocio in via Pasquale Acierno. Il Santo ritorna così in via Pietro Fiordelisi per scendere verso via Roma. In Piazzetta Croce, la campana della Madonna dell’Arco annuncia il Suo passaggio. Il corteo prosegue in via Giovanni Fiordelisi fino all’antico “Sale e Tabacchi Acierno”, per poi immettersi in via Principe. Infine, scende in via Sgambati — teatro del miracolo di “Giuvanno ‘o Carabiniere” — e giunge “sotto ‘o Suppuort” per il solenne rientro.

​L’8 FEBBRAIO: IL VOTO DEL VAIOLO E LA MEMORIA DEL PATTO PERDUTO

Tutte queste memorie confluiscono nell’8 Febbraio. Il rito nasce nel 1903 per implorare la liberazione dal vaiolo; il Santo uscì spogliato di ori e argenti, portato a spalla dalle donne di Sirignano. Sebbene i restauri degli anni ’80 abbiano rimosso l’antica base in foglia d’oro, cancellando fisicamente la scritta che recava la promessa di protezione di Sant’Andrea, quel patto resta inciso indelebilmente nella nostra storia. Spettò alle madri e alle figlie invocare la pietà divina mentre gli uomini erano stremati, suggellando un impegno che nessuna mano umana può davvero cancellare.
​POESIA A SANT’ANDREA
O Cinquecento t’ha dato ’o scoglio,
‘o Settecento ’o marmo e ’o tabernaculo,
cu’ ’a porticina ’e bronzo e d’orgoglio
mentre Dio faceva ’o miraculo.
​T’hanno sciso d’o trono e mmiezz’a cchiesa,
annante a chillu portone spalancato,
’o sole t’ha truvato ’a faccia attesa
mentre ’o Vesuvio niuro s’è fermato.

CHIUSURA: UN’EREDITÀ DA CUSTODIRE
L’8 febbraio prossimo rinnoveremo questo legame di sangue e di fede che dura da centoventi anni dall Eruzione del Vesuvio . Difendere l’antichità dell’Altare settecentesco e riportare alla luce la memoria di quel patto è l’unico modo per difendere la nostra identità. Sirignano è Sua e Lui, anche se oggi quella scritta non è più visibile agli occhi, continuerà a restare il nostro eterno baluardo contro ogni tempesta.

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