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Ci sono ricordi che il tempo non consuma, ma rende ancora più vivi. Ci sono assenze che, invece di svanire, si trasformano in presenza quotidiana, in simbolo, in appartenenza. È quello che accade da tredici anni a Terzigno con Angelo Caldarelli, per tutti semplicemente Falcone, un ragazzo che la città non ha mai smesso di portare nel cuore.
Si dice che chi muore giovane sia caro agli dei. Ma forse, ancora di più, resta caro a chi continua a vivere custodendone il ricordo. Perché quando una comunità perde un giovane, il dolore supera i confini della famiglia e degli affetti più intimi: diventa patrimonio collettivo, ferita condivisa, memoria che appartiene a tutti.
Falcone, a Terzigno, non è mai stato dimenticato. Il suo nome, anno dopo anno, è diventato bandiera, coro, icona. È entrato nel linguaggio del tifo, nel cuore pulsante della città, tra gli spalti e nelle trasferte, custodito come una parte viva dell’identità terzignese. Non un semplice ricordo, ma un simbolo che continua a parlare a vecchie e nuove generazioni.
La scorsa domenica, in occasione della sfida tra A.C. Terzigno 1964 e Vico Calcio, valida per la 27ª giornata del campionato di Promozione Campana, girone C, quella memoria si è fatta nuovamente carne, voce, emozione condivisa. Prima dell’inizio del secondo tempo, la tribuna “Giovanni Palma” si è raccolta in un abbraccio ideale capace di unire tifosi, squadra e famiglia in un unico, potente momento di partecipazione.
L’enorme telo che ha coperto l’intero settore ha regalato uno scenario da brividi. Un colpo d’occhio intenso, capace di fermare per un istante il tempo e di trasformare una partita di calcio in qualcosa di molto più grande: un rito civile e affettivo, una dichiarazione d’amore collettiva. Intorno, i cori incessanti hanno accompagnato l’omaggio con una forza che andava oltre il tifo, oltre il risultato, oltre la cronaca sportiva.
È stato un momento di profonda commozione, destinato a restare nella memoria recente della città. Perché a Terzigno il calcio non è soltanto novanta minuti, classifica o campionato: è linguaggio comune, collante sociale, luogo in cui una comunità si riconosce e si ritrova. E in quel riconoscersi, Falcone continua a vivere.
Tra gli spalti, domenica, c’erano volti di ogni età: chi Angelo lo ha conosciuto davvero, chi ne ha sentito parlare dai racconti, chi ha imparato a voler bene a quel nome attraverso i cori, gli striscioni, il senso di appartenenza. Vecchie e nuove generazioni, unite dallo stesso sentimento, dallo stesso battito, dallo stesso messaggio: Falcone vive.
Ed è forse proprio questa la forma più autentica dell’amore: ricordare. Non lasciare che il tempo cancelli, ma fare in modo che una vita continui a generare senso, unione, identità. Domenica, a Terzigno, tutto questo è accaduto ancora una volta. E per chi era lì, non è stato solo un omaggio. È stato un atto di comunità.



