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L’aria sospesa tra la fine della primavera e il timido respiro dell’estate porta con sé, a Sirignano, un profumo antico che si mescola alla storia custodita tra le mura della Chiesa del Pescatore di Sant’Andrea Apostolo, in Piazza Principessa Rosa. È un momento di transizione, dove la luce dorata del sole sembra accarezzare con più dolcezza i marmi e le pietre di questo tempio seicentesco, un luogo che è stato per secoli il custode silenzioso delle gioie, dei dolori e della profonda fede di un intero popolo. Fu proprio in quel periodo dell’anno, tra il volgere della primavera e l’esordio dell’estate, che dopo mesi di straziante attesa i pregiati marmi dell’altare maggiore e la fonte battesimale trovarono finalmente la strada del ritorno a casa.
Entrando sulla destra, lo sguardo dei fedeli incrociava un tempo la maestosa fonte battesimale del XVI secolo. La sua collocazione non era casuale: la tradizione architettonica e teologica cristiana voleva il battistero rigorosamente vicino all’ingresso, poiché il Battesimo rappresenta la porta d’accesso alla comunità dei fedeli. Poco più avanti, lo sguardo si posava sull’Altare della Madonna di Pompei. Costruito tra il 1925 e il 1930, quell’altare era il simbolo tangibile del sacrificio di Sirignano: nel primo dopoguerra, il popolo si autotassò, raccogliendo centesimo dopo centesimo per affidare i propri figli alla protezione della Vergine all’ombra del Vesuvio, affinché vegliasse sul popolo dopo le guerre. Era l’altare della speranza, sorretto da splendide colonne e impreziosito da un paliotto finemente lavorato.
Quella che raccontiamo è la pagina più buia della nostra storia. Nel periodo successivo al sisma del 1980, a cavallo degli anni Novanta, in una notte di primavera, il male fece irruzione nella Casa del Signore. I malviventi entrarono in chiesa direttamente con un camion, mettendo a soqquadro ogni cosa. Smantellarono la fonte battesimale, asportarono i marmi dell’altare maggiore e spogliarono l’Altare della Madonna di Pompei, portando via le sue colonne e il meraviglioso paliotto. L’irruzione non risparmiò la sagrestia, dove i paramenti sacri furono gettati e calpestati sui pavimenti. Gli armadi furono scassinati, compreso quello che fungeva da Archivio Parrocchiale, custode di pergamene e manoscritti preziosissimi che tracciavano l’anima storica di Sirignano, documenti che oggi sono custoditi presso l’Archivio Diocesano di Nola, dove ogni sirignanese deve presentare formale domanda per poterne consultare le pagine.
Vedere la casa di Dio così profanata fu un colpo durissimo. Immediatamente scattarono le indagini dei Carabinieri del patrimonio artistico che, dopo mesi di profonda angoscia, riuscirono a ritrovare presso un antiquario ai confini delle frontiere per entrare in Europa. gran parte della refurtiva. Fecero ritorno a casa i marmi dell’altare maggiore e la fonte battesimale, ma il bottino non era completo. All’appello mancano ancora oggi il paliotto e le colonne dell’Altare della Madonna di Pompei. Quei marmi, intrisi dei sacrifici della gente degli anni Venti, non hanno mai ritrovato la via di casa; forse fanno bella mostra nel salone di qualche splendida villa, oppure ornano una cappella cimiteriale privata di qualche signorotto.
In quegli stessi anni scomparvero anche i pastori dell’artistico presepe settecentesco di scuola napoletana, unico esemplare del nostro territorio. All’epoca collaborai consegnando una mia fotografia storica del presepe, affinché venisse trasmessa ai carabinieri, ma quella foto finì nelle mani sbagliate e si perse….. Nemmeno quei pastori sono tornati. Forse sono finiti nella collezione privata di qualche facoltosa Famiglia , forse hanno sostituito i pregiati abiti in seta di San Leucio e modificato i movimenti della parte manichina, o forse sono stati portati all’estero. Chissà se sono chiusi in qualche caveau, in attesa del cambio generazionale, sperando che nessuno ricordi più la loro provenienza.
Ma in questo mare di oscurità, vi è una nota di luce: dal furto del presepe si salvò il Bambin Gesù del Settecento leccese, con la sua culla di stoffe pregiate in taffetà azzurro e avorio, perché si trovava in restauro grazie alla cura di una signora a me molto cara, Angelina Napolitano. La sua dedizione ha preservato questo testimone della nostra storia. Nonostante gli anni trascorsi, la rassegnazione non mi appartiene. Sto revisionando i vari negativi del mio archivio fotografico; anche se il negativo di quella storica fotografia sembra smarrito, sento che è ancora nascosto in qualche cassetto. Trovarlo non significa solo recuperare una pellicola, ma ridare una prova alla giustizia e gridare che Sirignano non ha dimenticato. Sono molto fiducioso, e lo ritroverò.
Maicol Acierno




