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C’è un tempo che non coincide con quello degli schermi. Non vibra, non lampeggia, non si archivia con un clic. È il tempo della carta, dell’inchiostro che macchia appena le dita, della frase che si riscrive tre volte prima di trovare il suo posto. Se te lo potessi dire, raccolta curata da Michela Buonagura per Opera Indomita, abita esattamente questo tempo: uno spazio lento e necessario, dove le parole non inseguono l’urgenza ma la attraversano.
Il libro nasce da una domanda che punge: nell’epoca dei messaggi istantanei, ha ancora senso scrivere una lettera? La risposta non è nostalgica né moralistica. È narrativa. È corale. È affidata a una pluralità di voci che scelgono la forma epistolare come luogo di verità, come stanza chiusa in cui finalmente si può dire ciò che altrove resta sospeso.
Le lettere raccolte da Buonagura non inseguono un’unica idea di amore. Non c’è soltanto la dichiarazione romantica, ma una costellazione di legami: figli a cui si chiede perdono o si offre speranza, padri che non possono più rispondere, amori mai confessati, amici lontani, nonni che sopravvivono nella memoria, animali domestici diventati famiglia. C’è perfino chi scrive a sé stesso, come se l’io fosse l’interlocutore più difficile da raggiungere.
Ne emerge un atlante emotivo ampio e stratificato. L’amore, qui, non è un sentimento levigato: conosce la rabbia, la frustrazione, la nostalgia, il rimpianto. È presenza e mancanza insieme. Le lettere diventano così un esercizio di riconoscimento: nominare l’altro per non perderlo, fissare un ricordo per non lasciarlo evaporare, mettere ordine nel caos dei sentimenti attraverso la disciplina gentile della scrittura.
La forza dell’antologia sta proprio nell’urgenza che attraversa i testi. Ogni lettera sembra nascere da una necessità improrogabile: dire adesso, prima che sia tardi. La pagina diventa un argine contro l’oblio, ma anche un ponte tra ciò che si è vissuto e ciò che si è taciuto. Scrivere significa esporsi senza interruzioni, senza la possibilità di correggere il tono con un’emoji o di cancellare con un tocco. È un atto che chiede responsabilità.
In questo senso, Se te lo potessi dire non si limita a recuperare una forma del passato: la riattualizza. La lettera, oggi, assume un valore quasi controcorrente. È una scelta deliberata di lentezza in un ecosistema comunicativo che premia la rapidità. È un modo per sottrarre l’amore alla volatilità del feed e restituirgli peso, spessore, memoria. Anche l’aspetto visivo dialoga con questa intenzione. La copertina firmata da Vittoria Iorio – un’esplosione cromatica che rimanda alle molteplici declinazioni del sentimento – suggerisce fin dal primo sguardo che non esiste un solo modo di amare, né una sola voce per raccontarlo.
Il merito della curatrice è aver orchestrato un coro senza appiattirne le differenze. Le scritture mantengono timbri distinti, età diverse, esperienze lontane tra loro. Eppure, lette una accanto all’altra, compongono una trama coerente: quella di un’umanità che, nonostante tutto, continua a cercare parole all’altezza dei propri legami. In un panorama editoriale spesso dominato dalla velocità e dall’effetto, questo libro sceglie un’altra traiettoria. Non promette soluzioni, non offre formule. Propone un gesto semplice e radicale: fermarsi, ascoltare, scrivere. Come se l’amore, per esistere davvero, avesse bisogno di una pagina bianca e del coraggio di riempirla. il volume si acquista eclusivamente on line su Amazon al costo esiguo di 5,90€.