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di Nando Silvestri
“Viviamo epoche di grandi cambiamenti”. E’ questo uno dei Mood, loop o mantra che dir si voglia del nostro tempo. Una frase ricorrente attraverso la quale giustificare spinte involutive e “barbariche”, ma anche forme di discontinuità imposte senza pudore né coscienza. I cambiamenti si configurano, comunque, come forme di determinismo rispetto alle quali l’uomo non può fare altro che adeguarsi, come sostenevano Dante e Baruch Spinoza. Anche Giordano Bruno prese atto dell’importanza del determinismo ma, al tempo stesso, professava la capacità dell’uomo di intervenire sugli eventi, malgrado la loro ineluttabilità. Si tratta della contraddizione più bella e affascinante del pensatore e filosofo nolano che apre le porte della “trasformazione”. Questo era l’obiettivo dello “Spaccio della Bestia Trionfante”: costruire un antidoto efficace ed efficiente contro ozio e rassegnazione supina avallati non di rado dalla fede cattolica. Bruno raccomandava in buona sostanza di “espellere”il seme dell’ozio (la Bestia) e la linfa della rassegnazione dalla mente dell’uomo perché egli e’ dotato di due risorse uniche che nessun altro essere vivente detiene contemporaneamente, la ragione (il logos) e le mani. Per Bruno la vita terrena e’ una sola e nessuno può arrendersi nella vaga consolazione di un eventuale riscatto dopo la morte. Se l’uomo percepisce l’importanza della trasformazione che penetra nell’universo e nella stessa sua esistenza potrà modificare anche solo in parte gli eventi a proprio vantaggio avvalendosi della ragione che muove la sua mano. In ogni caso la trasformazione e’ per Bruno una condizione salvifica che consente di percepire non solo l’infinità di mondi e dimensioni ma anche le relazioni più o meno sottili che li legano silenziosamente: una teoria confermata dalla fisica moderna che dimostra matematicamente le relazioni esistenti fra i moti di galassie molto lontane. La trasformazione e’ quindi, un principio dinamico in senso molto lato che consentirebbe di spiegare l’ Essere parmenideo in un contesto eterno e, per Melisso di Samo, anche infinito. Anche se Parmenide negava formalmente l’ esistenza del cambiamento, era in grado di cogliere la ripetitività sistematica di taluni schemi che, forse, già contenevano i cambiamenti stessi. Se si riesce ad ampliare considerevolmente l’osservazione, la trasformazione potrebbe essere insita, perciò, anche nell’Essere eterno e infinito del filosofo cilentano. La trasformazione fu anche un’ intuizione di Ovidio che già duemila anni fa spiegava i procedimenti di “Metamorfosi” che interessano spazio e tempo attraverso l’utilizzo dei miti. In uno di questi ultimi, e precisamente quello di Dafne e Apollo, la trasformazione e’ una condizione salvifica tanto per Dafne quanto per Apollo. La ninfa, trasformandosi in pianta d’alloro grazie all’intervento del padre Peneo, riesce a respingere per sempre Apollo, mentre quest’ultimo elevò la pianta d’ alloro ad alti significati morali di azioni ed imprese sopportando meglio la scomparsa della donna amata. Prendere atto della trasformazione di eventi, situazioni e condizioni e tramutarla in uno sprone volto a ricercare la propria autonomia a tutti i costi significa, dunque, accettare e dare un senso al proprio ruolo transitorio in questa vita che e’ anche un po’ morte al tempo stesso.