Sanremo 2026 tra emozione, ascolti e identità: una seconda serata sospesa tra memoria e ricerca di equilibrio

Sanremo 2026 tra emozione, ascolti e identità: una seconda serata sospesa tra memoria e ricerca di equilibrio

SANREMO — La seconda serata del Festival di Sanremo 2026 ha confermato la natura complessa e stratificata della manifestazione, sempre più divisa tra la sua vocazione musicale e la necessità di essere spettacolo televisivo totale. Il risultato è un equilibrio ancora instabile: più scorrevole rispetto al debutto, ma attraversato da contraddizioni che emergono con chiarezza.

Sul palco del Teatro Ariston si sono alternati 15 dei 29 artisti in gara, guidati dalla conduzione di Carlo Conti e Laura Pausini, affiancati per l’occasione da Achille Lauro, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo. Proprio Lauro ha firmato uno dei momenti più intensi della serata, con un omaggio alle vittime della tragedia di Crans Montana. La sua interpretazione di Perdutamente, accompagnata da coro e soprano, ha trasformato il Festival in un luogo di memoria condivisa, ricevendo una standing ovation e ribadendo una visione della musica come strumento emotivo e civile, non soltanto intrattenimento.

Accanto a questi momenti di forte impatto, la serata ha però mostrato una certa discontinuità narrativa. Gli interventi di Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, insieme alle gag tra Conti e Pausini, hanno costruito una dimensione più leggera, ma non sempre coerente con il tono complessivo. Il risultato è stato un ritmo altalenante, in cui l’alternanza tra profondità e intrattenimento ha faticato a trovare una sintesi compiuta.

Sul piano musicale, la classifica provvisoria, determinata dal televoto e dalla giuria delle radio, ha premiato un gruppo eterogeneo di artisti: Tommaso Paradiso, LDA & Aka 7even, Nayt, Fedez & Masini ed Ermal Meta. Proprio quest’ultimo ha segnato uno dei passaggi più significativi della serata con un brano dedicato a una bambina palestinese, accompagnato da parole che hanno attraversato il teatro con forza: “I bambini dovrebbero fare rumore, non silenzio”.

La seconda serata ha inoltre ampliato il proprio raggio oltre la musica, accogliendo momenti simbolici e istituzionali. Il Coro Special Festival dell’Anffas ha portato sul palco un messaggio di inclusione e partecipazione, mentre la presenza delle campionesse olimpiche Francesca Lollobrigida e Lisa Vittozzi, insieme agli atleti paralimpici, ha rafforzato la dimensione pubblica e rappresentativa dell’evento.

Non sono mancati gli omaggi alla tradizione: Fausto Leali ha ricevuto il Premio alla Carriera, celebrando oltre sessant’anni di musica, mentre il ricordo di Ornella Vanoni, affidato alla voce della nipote Camilla Ardenzi, ha aggiunto una dimensione intima e generazionale al racconto della serata.

Sul fronte delle Nuove Proposte, la competizione è entrata nella sua fase decisiva con l’accesso alla finale di Nicolò Filippucci e Angelica Bove, mentre il Festival continua a espandersi anche fuori dall’Ariston, con le esibizioni parallele dal Suzuki Stage e dalla Costa Toscana, a conferma di un format sempre più diffuso e multipiattaforma.

Eppure, al di là della ricchezza dei contenuti, emerge una questione più profonda. Sanremo sembra attraversare una fase di trasformazione in cui il racconto televisivo fatica a tenere il passo con la centralità della musica. Non è tanto una crisi di ascolti, quanto una forma di saturazione: un evento che continua a essere dominante, ma che appare meno incisivo nella costruzione di un immaginario condiviso.

I dati Auditel raccontano questa ambivalenza. La seconda serata ha registrato 9 milioni e 53 mila spettatori con uno share del 59,5%, in crescita rispetto al debutto. Il picco in valori assoluti è stato raggiunto alle 21.57, con oltre 13 milioni di spettatori durante la presenza sul palco di Pilar Fogliati e Laura Pausini, mentre il picco di share è arrivato alle 00.49, con il 65,73% durante il bis di Lillo. Numeri solidi, che confermano la centralità del Festival nel panorama televisivo, ma che non cancellano la percezione di una narrazione meno compatta rispetto al passato.

Lo stesso Carlo Conti ha ironizzato sul tema, sintetizzando con lucidità il paradosso sanremese: “Se gli ascolti calano, la colpa è del direttore artistico. Se lo share sale, il merito non è suo”. Una battuta che riflette, più di quanto sembri, la complessità di un evento che resta un punto fermo della cultura popolare italiana, ma che continua a interrogarsi su come rinnovarsi senza perdere la propria identità.

In questo spazio sospeso tra tradizione e cambiamento, Sanremo 2026 procede dunque per accumulo: emozioni, memoria, spettacolo e imperfezioni. Un racconto ancora potente, ma che sembra oggi alla ricerca di una nuova forma capace di tenere insieme, con maggiore coerenza, tutte le sue anime.