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di Francesco Piccolo
Ci sono calciatori che corrono dietro al pallone.
E poi ci sono quelli che il pallone sembrano guidarlo con la mente.
Giocatori capaci di vedere prima degli altri, di disegnare calcio, di trasformare un semplice passaggio in un’idea.
Pietro Bianco, classe 1953, 1,63 di altezza, regista e cervello pensante del centrocampo, appartiene a quella categoria rara di uomini che hanno vissuto il calcio non soltanto con i piedi, ma soprattutto con la testa.
Calciatore, allenatore, medico, uomo di cultura.
Una vita divisa tra campo e professione, sempre con lo stesso principio: capire l’uomo prima ancora del giocatore.
Gli inizi: i marciapiedi di Mugnano e il debutto a 14 anni
Come tanti ragazzi di un’altra epoca, Pietro Bianco cresce calcisticamente tra le strade e i marciapiedi di Mugnano del Cardinale.
Il pallone era scuola.
La strada era il primo allenatore.
Il suo esordio nella prima squadra dell’U.S. Mugnano arriva quando non aveva ancora compiuto 14 anni, a Saviano, entrando al posto del professor Antonio D’Apolito, figura storica del calcio locale oggi scomparsa.
Da quel momento diventa un punto fermo della squadra.
Gioca con l’U.S. Mugnano fino alla stagione 1970/71, anno della vittoria del campionato di Seconda Categoria.
Le sue qualità non passano inosservate: viene convocato più volte nella Rappresentativa Irpina di Prima e Seconda Categoria, diventandone anche capitano.
Le occasioni tra i grandi: Pescara, Como e Milan
Proprio con la rappresentativa arrivano le grandi opportunità.
Sul campo di Ariano Irpino viene notato da Tom Rosati, allenatore del Pescara, che resta impressionato dalle qualità del giovane centrocampista.
L’anno successivo, durante una gara contro il Benevento disputata al Partenio B, arriva un’altra grande chiamata.
Sugli spalti c’è Pippo Marchioro, tecnico del Como e destinato poco dopo alla panchina del Milan.
Dopo aver visto Pietro segnare tre gol — due su calcio piazzato, uno di interno e uno di esterno destro, e un altro con una conclusione al volo da fuori area — resta incredulo nello scoprire che quel ragazzo giocava soltanto in Prima Categoria.
Avrebbe voluto portarlo con sé nel grande calcio.
Ma Pietro sceglie un’altra strada: lo studio.
Il sogno di diventare medico era più forte.
La nascita del Carotenuto e una fascia portata con orgoglio
Nel 1970/71 arriva la fusione tra U.S. Mugnano e G. Carotenuto.
Nasce una nuova storia.
Pietro Bianco diventa il capitano dei rossoneri e lo resterà fino alla fine della sua carriera, nella stagione 1984/85.
Con il Carotenuto vive anni importanti sotto la guida di allenatori come:
* Francesco Montuori;
* Umberto D’Argenio;
* Ivo Vetrano.
Arrivano un secondo posto e diversi piazzamenti importanti.
Una carriera vissuta sempre con una sola maglia nel cuore.
La passione infinita: altri trent’anni di calcio
Il pallone però non si abbandona.
Dopo la carriera ufficiale continua a giocare per oltre trent’anni in Terza Categoria con le squadre degli amici:
* Mobili Ferrara;
* Salvatore Franzese;
* Pitturazioni Candela.
In quegli anni, giocando più avanzato da trequartista, vince più volte anche la classifica cannonieri.
Perché la classe non conosce categorie.
La panchina: nasce il Carotenuto dei sogni
Alla fine degli anni ’80 inizia la carriera da allenatore.
Prende il Carotenuto appena retrocesso in Seconda Categoria.
Con il nuovo presidente Angelo Sanseverino e il direttore sportivo Angelo Monteforte costruisce un progetto basato soprattutto sui ragazzi del territorio.
Una filosofia che porterà avanti per tutta la vita.
Il risultato è immediato:
campionato vinto da imbattuti, con soli tre pareggi.
L’anno successivo, grazie alla riforma dei campionati, il quarto posto permette ai rossoneri di approdare in Promozione.
Irpinia e il ritorno vincente a Mugnano
Dopo anni importanti al Carotenuto, passa all’Irpinia del presidentissimo commendatore Antonio Sibilia.
Anche lì lascia il segno:
* un secondo posto;
* vittoria del campionato di Promozione;
* vittoria della Coppa Campania.
Poi il richiamo di casa.
Ritorna al Carotenuto.
Dopo due stagioni arriva il trionfo:
vittoria del campionato di Promozione e approdo in Eccellenza.
In una categoria piena di squadre che oggi militano tra i professionisti, il piccolo Carotenuto arriva addirittura quarto.
Una favola costruita valorizzando giocatori locali e recuperando anche il talento del bomber Stefano Sgambati.
Il modello cantera e l’amore per il territorio
Negli anni successivi torna più volte ad aiutare quella maglia che aveva indossato fin da bambino.
Nel 2009/2010 prova a costruire un Carotenuto ispirato al modello della cantera basca e catalana:
puntare sui giovani locali, creare appartenenza, evitare gestioni economiche impossibili.
Una filosofia prima umana che calcistica.
Dopo quell’esperienza guida l’F.C. Avella, portandolo ai playoff provinciali.
Poi una breve parentesi di tre mesi all’A.C. Baiano in Promozione, conclusa per motivi organizzativi.
Il medico del calcio: la mente prima delle gambe
Fuori dal campo Pietro Bianco costruisce un’altra grande carriera.
Diventa primario di psichiatria e psicanalista ad Avellino.
Ed è proprio questa competenza che lo riporta nel calcio professionistico.
È tra i primi in Italia a ricoprire il ruolo di mental coach.
Collabora con l’U.S. Avellino di mister Massimo Rastelli, sotto la gestione Iacovacci-Taccone.
Arrivano:
* vittoria del campionato di Serie C;
* grande stagione in Serie B, culminata nel sogno Serie A sfumato anche sulla sfortunata traversa di Gigi Castaldo.
Rastelli lo vuole con sé anche a Cagliari, ma Pietro rifiuta per motivi professionali, continuando comunque la collaborazione a distanza tramite videochiamate.
Arriva anche una possibilità prestigiosa dal Milan di Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, che pensano a lui per lavorare con Mario Balotelli.
Ma ancora una volta sceglie la sua terra e il rispetto dei suoi impegni lavorativi.
Quando Rastelli torna ad Avellino, lo richiama nuovamente al suo fianco.
Caratteristiche tecniche e umane
Pietro Bianco era un regista vero.
Un centrocampista alla Xavi:
testa alta, visione di gioco, tempi perfetti.
Organizzava la squadra, dettava il ritmo, illuminava la manovra.
Un regista a tutto campo, capace anche di trovare la via del gol.
Era il riferimento degli allenatori e dei compagni.
Un leader naturale.
In tutta la carriera una sola espulsione: simbolo di rispetto, correttezza e intelligenza calcistica.
Stimato dagli avversari, amato dai compagni.
Perché Pietro Bianco non è stato soltanto un calciatore.
È stato un punto di riferimento per un’intera comunità.
Ma questa… è un’altra storia.
Di Pietro Bianco si ricorda…
* il bambino cresciuto sui marciapiedi di Mugnano diventato il cervello del centrocampo;
* il capitano che ha rappresentato il Carotenuto con eleganza e appartenenza;
* l’allenatore che ha costruito squadre puntando prima sugli uomini che sui nomi;
* il medico che ha portato la mente dentro il calcio.
Io sono Pietro Bianco.
Ho pensato il calcio prima di giocarlo.
Ho guidato uomini prima ancora che squadre.
Perché il pallone passa dai piedi…
ma nasce sempre dalla testa.
Appuntamento alla prossima puntata.








