La forza della vita

La forza della vita

di Francesco Piccolo

Ogni ferita lascia un segno. Ma nessun dolore dovrebbe avere il potere di decidere chi siamo.

In occasione della Giornata mondiale del cervello, una riflessione sul dolore sociale, sulla ruminazione e sulla forza di rialzarsi.

«Quando toccherai il fondo con le dita, a un tratto sentirai la forza della vita.»
— Paolo Vallesi

Ci sono canzoni che non appartengono soltanto al tempo in cui sono state scritte. Restano lì, quasi in silenzio, aspettando che siano gli anni, le esperienze e perfino le nostre ferite a rivelarne il significato più profondo.

Quando Paolo Vallesi cantava La forza della vita, molti ascoltavano un inno alla speranza. Oggi, tornando a quelle parole, viene spontaneo domandarsi se quella forza non sia qualcosa di ancora più complesso: la capacità di rialzarsi mentre la mente continua a ricordarci ciò che abbiamo perso.

Perché il fondo non è soltanto una storia d’amore finita.

Può essere un licenziamento, un’amicizia spezzata, un progetto fallito, una bocciatura, un’esclusione. Può essere una malattia che cambia improvvisamente il corso dell’esistenza o il dolore per la perdita di una persona cara.

Esperienze diverse, accomunate da una domanda semplice e universale:

Perché proprio a me?

La psicologia definisce molte di queste esperienze dolore sociale.

Gli studi della psicologa Naomi Eisenberger e del ricercatore Ethan Kross hanno dimostrato che il rifiuto, l’esclusione e la perdita di un legame possono attivare nel cervello circuiti molto simili a quelli coinvolti nel dolore fisico. È anche per questo che certe ferite sembrano fare male davvero, anche se nessuno può vederle.

Ma il dolore non nasce soltanto dalla perdita.

Nasce anche dal bisogno di appartenere.

Lo psicologo Abraham Maslow lo aveva intuito molti anni fa: dopo i bisogni essenziali, ogni essere umano desidera sentirsi accolto, riconosciuto, parte di qualcosa. Di una famiglia. Di un gruppo. Di un’amicizia. Di un amore. Di un progetto.

Quando questo bisogno viene ferito, la mente comincia a cercare una spiegazione.

Ed è qui che entra in gioco la ruminazione: quel meccanismo che porta a ripensare continuamente agli stessi episodi, alle stesse parole, agli stessi silenzi, come se una risposta potesse cambiare ciò che è già accaduto.

Si ripercorrono mentalmente conversazioni finite, si immaginano dialoghi mai avvenuti, si cercano dettagli sfuggiti. Non per vivere nel passato, ma nel tentativo di trovare un senso.

È in quei momenti che prende voce anche l’ego.

Non quello della superbia.

Quello più fragile.

Quello che si domanda se avrebbe potuto fare di più, dire di più, essere di più.

E, quasi senza accorgercene, iniziamo a credere che il nostro valore dipenda da ciò che abbiamo perso.

Ma è proprio mentre si cerca di comprendere il dolore che nasce una domanda ancora più scomoda.

Quante volte siamo stati noi il dolore sociale di qualcun altro?

Quante volte un messaggio è rimasto senza risposta.

Quante volte un’amicizia si è spenta nel silenzio.

Quante volte qualcuno si è sentito escluso da un gruppo, ignorato o dimenticato.

Non sempre si ferisce con la cattiveria.

A volte si ferisce con la fretta.

Con la superficialità.

Con l’indifferenza.

E dall’altra parte, forse, qualcuno ha iniziato quella stessa battaglia interiore che oggi stiamo cercando di comprendere.

Questa consapevolezza non serve a trasformarci in colpevoli.

Serve a renderci più umani.

Perché non possiamo evitare tutte le ferite che riceveremo.

Ma possiamo fare attenzione a quelle che rischiamo di provocare.

Non tutte le persone reagiscono allo stesso modo.

C’è chi riesce, con il tempo, a trasformare il dolore in una lezione.

C’è chi ha bisogno di più tempo.

Ed esistono ferite che, se ignorate o banalizzate, possono contribuire ad alimentare ansia, depressione, isolamento e altre forme di sofferenza psicologica.

Per questo il dolore emotivo non dovrebbe mai essere deriso o sminuito.

Merita ascolto.

Merita rispetto.

E, quando necessario, merita anche il coraggio di chiedere aiuto.

Ma allora dov’è davvero la forza della vita?

Forse non sta nel non cadere.

Non sta nel dimenticare.

E nemmeno nel convincere qualcuno di aver sbagliato.

La vera forza della vita è non permettere al dolore di trasformarsi nell’unica voce capace di raccontarci chi siamo.

È accettare che alcune domande resteranno senza risposta.

È comprendere che il nostro valore non dipende da chi ci ha scelti o da chi ci ha rifiutati.

È avere la dignità di chiedere scusa quando siamo noi ad aver ferito qualcuno.

Ed è avere il coraggio di perdonare quando siamo stati noi a essere feriti.

Perdonare, però, non significa dimenticare.

Significa smettere di consegnare a quella ferita il potere di decidere il nostro presente.

Perché, paradossalmente, vincere non significa dimostrare all’altro di aver sbagliato.

Vincere significa arrivare al punto in cui non abbiamo più bisogno che l’altro lo capisca.

La pace non arriva quando troviamo tutte le risposte. Arriva quando smettiamo di pretendere che ogni ferita ne abbia una.

Forse è proprio questo il significato più autentico della forza della vita.

Non cancellare il dolore.

Non fingere che non sia mai esistito.

Ma arrivare al giorno in cui quella sofferenza non decide più chi siamo.

Ogni ferita può diventare una lezione.

Ogni cicatrice può ricordarci che siamo sopravvissuti a qualcosa che pensavamo ci avrebbe distrutti.

E la dignità resta sempre l’ultimo luogo in cui il dolore non potrà mai vincere.

«Quando toccherai il fondo con le dita, a un tratto sentirai la forza della vita.»

Forse quella forza è sempre stata dentro di noi.

Aspettava soltanto che imparassimo ad accettare che non tutte le domande hanno una risposta… per ricominciare, finalmente, a vivere.                                          La forza della vita