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Il majo avellano e la festa dei gigli di Nola. Due feste apparentemente così lontane eppure correlate
Orgini diverse
Il majo e la festa dei gigli hanno origini diverse e sono mosse da intenti completamente diversi. Nonostante entrambe siano kermese dedicate a due santi, San Paolino e San Sebastiano le peculiarità possiamo dire finiscano qui.
La festa dei gigli é forse fra le feste più antiche della Campania si svolge dal 400 d.c ed in onore di San Paolino che curiosamente non é il patrono della città. Una festa che nei secoli ha oltrepassato i confini nolani raggiungendo la ribalta non solo a livello regionale o nazionale ma addirittura internazionale, ottenendo l’iscrizione al Patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità dell’UNESCO nel 2013. Un riconoscimento che ha dato alla festa stessa un peso specifico nella storia delle macchine a spalle. Con i gigli la città di Nola si colora un mese intero. Giugno é Nola in Campania, ed una serie di eventi accompagnano il popolo nolano e non, fino alla ballata di fine giugno. “Il giorno del cielo”, così ribattezzato. Il trasporto del Majo e il fucarone sono un evento assai diverso, meno arzigogolato ma facente parte del patrimonio folkloristico-culturale campano. Alcuni giorni prima della discesa il popolo recandosi fra i monti cittadini sceglierà il “major” da trasportare, l’arbuato più grande. Il giorno del taglio ci si recherà in montagna la mattina presto, dopo la previa benedizione degli attrezzi, e si provvederà al taglio. Una volta trasportato e portato in paese sarà issato e ricoperto di fascine di legno, senza le quali non si potrebbe dar luce al “fucarone”, tutto in onore di San Sebastiano, questa volta si, santo patrono del paese. Basterebbero queste poche righe per evidenziare le forti differenze fra le due feste. Diverse nelle modalità di svolgimento, nella durata ma un elemento comune c’è ed é evidente entrambe partono da un grande arbusto di legno.
Una probabile influenza
Il Majo potrebbe essere stato ispirato proprio dalla festa dei gigli. Vero, non vi sono certezze storiche sulla nascita della festa del majo ma si ipotizzata sia riconducibile al periodo del Medioevo. Questo farebbe della festa dei gigli la festa più antica. Questa diatriba storica potrebbe sembrare quasi inutile ma potrebbe spiegare da dove si é ispirata la nostra festa popolare tanto amata. I gigli in principio non erano questa roba che noi oggi conosciamo. All’inzio per ringraziare l’allora vescovo Paolino per il salvataggio dei cittadini nolani, fatti prigionieri in Turchia, i nolani per ringraziare del gesto corsero verso Paolino, una volta tornato, con dei fiori.. Si, proprio dei gigli. Negli anni hanno subito un evoluzione che ne fatto delle imponenti macchine a spalla. Se da un lato questi obelischi hanno un evidente impronta religiosa dall’altro lato va sottolineato come si fondano in esse influenze pagane legate alla fertilità, a riti legati prettamente alla natura, nella speranza di ottenere un buon raccolto necessario per sopravvivere ai rigidi inverni. Proprio quelle motivazioni pagane e legate alla natura sono l’essenza del majo stesso. La vicinanza territoriale con Nola e degli elementi di trade union possono portarci a pensare che il majo sia più legato alla cultura “napoletana” di quel che si pensi. Un influenza che anche noi cittadini possiamo ben notare, sentire. I paesi mandamentali per quanto a tutti gli effetti siano paesi della provincia di Avellino hanno un richiamo anche verso Napoli. Ciò fa del mandamento stesso una terra di mezzo. Un territorio diviso, un può biancoverde ed un può biancazzurro.
Ibridi
Questo parallelismo potrebbe semplicemente essere un ulteriore conferma come in fondo i confini lascino un po’ il tempo che trovano, sopratutto nel nostro caso. Il mandamento a causa della sua posizione non si sentirà mai pienamente ed esclusivamente irpino ma per diverse ragioni, sia di natura geografiche, perché a dividerci c’è Monteforte, che ci rende periferici e come ogni buona periferia anche un po’ snobbata. Allo stesso tempo però non possiamo definirci nemmeno pienamente napoletani. Vero, le influenze ci sono, basti pensare al dialetto, con uno slang molto più partenopeo e assai diverso da Avellino e dintorni. Abbiamo parlato del majo, di come si discosti di molto dalle tradizioni irpine e dei plausibili legami con Nola. Eppure, niente, non siamo napoletani. Allora cosa siamo? Qualunque cosa noi vogliamo e scegliamo d’essere. Si perché spesso cerchiamo di identificarci ad ogni costo con un territorio, con una città anziché un’altra come a voler ricercare un senso di comunità che forse non abbiamo o abbiamo smarrito. Il mandamento ci sta quasi stretto e non é del tutto sbagliato visti i limiti che questi paesini hanno. Si cresce, si cambia, si visitano posti nuovi ed ecco che anche il tuo modo di pensare e vedere la vita e le cose cambiano. Un nuovo paradigma si fa largo dentro di te e capisci che quella mentalità di paese con cui eri cresciuto e ti sei cullato fino ad una certa età, ora ti sta stretta. Ecco, é proprio in quel momento che ci ti leghi anche senza volerlo ad una comunità diversa dal tuo passato, dalla tua storia perché ti riconosci in una serie di valori etici, morali nuovi ed adeguati al nuovo te. Siate ciò che vogliate, siate cioè che sentite. L’importante é non dimenticare le proprie origini, perché questi luoghi saranno sempre casa vostra/nostra. Saranno l’infanzia, saranno ricordi, saranno gioie e dolori, basta solo non rinnegarli. Quello si sarebbe un grande errore perché sarebbe un po’ come rinnegare se stessi. (Carmine Napolitano)