OVERTOURISM: IL SUCCESSO CHE L’ITALIA DEVE IMPARARE A GOVERNARE

OVERTOURISM: IL SUCCESSO CHE LITALIA DEVE IMPARARE A GOVERNARE

Pensieri, opinioni e riflessioni di Salvatore Guerriero Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel Mondo

L’overtourism rappresenta oggi uno dei fenomeni economici e sociali più significativi del nostro tempo. È la dimostrazione concreta di una realtà che la storia economica insegna da sempre: l’economia corre spesso più velocemente delle istituzioni.

Le persone si muovono, scelgono, viaggiano, investono il proprio tempo e le proprie risorse seguendo desideri, opportunità e tendenze. Quando milioni di individui compiono scelte simili negli stessi luoghi e negli stessi periodi, si generano fenomeni che nessuna norma riesce facilmente ad anticipare. L’economia, in molti casi, arriva prima della politica e delle strutture amministrative chiamate a governarla.

È esattamente ciò che sta accadendo con il turismo.

Per anni abbiamo sostenuto la necessità di promuovere il nostro patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale. Abbiamo giustamente investito nella valorizzazione delle nostre città d’arte, dei borghi storici, delle coste e delle montagne. Oggi non possiamo sorprenderci se queste politiche hanno avuto successo.

Il turismo è una delle principali industrie del nostro Paese. Secondo le più recenti stime internazionali, il comparto genera oltre 230 miliardi di euro di valore economico e contribuisce per circa l’11% al Prodotto Interno Lordo nazionale, sostenendo milioni di posti di lavoro diretti e indiretti. Si tratta di un pilastro strategico dell’economia italiana, capace di produrre occupazione, investimenti e sviluppo diffuso.

Il problema, dunque, non è il successo del turismo. Il problema è la sua concentrazione.

In alcune città e in alcune destinazioni particolarmente attrattive stiamo assistendo a una pressione crescente che mette sotto stress i servizi pubblici, le infrastrutture, la mobilità e, in alcuni casi, la stessa qualità della vita delle comunità residenti.

I centri storici di molte città italiane sono diventati straordinari motori economici, ma stanno vivendo trasformazioni profonde. Sempre più immobili vengono destinati agli affitti brevi, perché il mercato riconosce rendimenti maggiori rispetto alle locazioni tradizionali. È una dinamica comprensibile dal punto di vista economico, ma che, se non governata, rischia di modificare l’identità dei territori.

Quartieri che per generazioni hanno ospitato famiglie, attività tradizionali e relazioni sociali stabili si trasformano progressivamente in luoghi di permanenza temporanea. Il tessuto urbano cambia, i residenti diminuiscono e le comunità locali rischiano di perdere parte della loro anima.

Anche il fenomeno degli affitti brevi è diventato una componente strutturale dell’offerta turistica nazionale. Le analisi più recenti evidenziano una crescita costante delle strutture disponibili, con centinaia di migliaia di unità presenti sul mercato italiano. È un settore che genera reddito, investimenti e opportunità imprenditoriali, ma che richiede regole chiare e una visione complessiva capace di conciliare sviluppo economico e tutela della residenzialità.

Tuttavia sarebbe un errore limitare il dibattito alle grandi città d’arte.

L’overtourism non riguarda soltanto Roma, Venezia, Firenze, Milano o le principali località costiere.

Fenomeni analoghi si registrano anche in alcune delle più prestigiose località montane italiane, dove la domanda turistica si concentra su poche destinazioni ormai consolidate, mentre territori limitrofi, spesso caratterizzati dalla stessa qualità ambientale, paesaggistica e culturale, rimangono esclusi dai grandi circuiti turistici.

È un paradosso che dovrebbe far riflettere.

Abbiamo luoghi che faticano a gestire l’eccesso di presenze e, a pochi chilometri di distanza, territori che dispongono di risorse straordinarie ma che restano semivuoti per gran parte dell’anno.

Lo stesso fenomeno si ripete nelle aree interne del Paese.

L’Italia è ricca di borghi storici, siti archeologici, percorsi naturalistici, tradizioni culturali ed eccellenze enogastronomiche che non hanno nulla da invidiare alle destinazioni più famose. Eppure gran parte di questo patrimonio continua a rimanere ai margini dei flussi turistici internazionali.

La vera sfida, quindi, non è ridurre il turismo.

La vera sfida è distribuirlo meglio.

Occorre passare da una logica di gestione dell’emergenza a una strategia nazionale di lungo periodo. Bisogna creare le condizioni affinché nuove destinazioni possano affermarsi, alleggerendo la pressione sulle aree più congestionate e generando nuove opportunità economiche nei territori oggi meno valorizzati.

Per raggiungere questo obiettivo serve un grande progetto di marketing territoriale nazionale.

L’Italia continua a presentarsi al mondo in maniera frammentata. Le venti regioni promuovono spesso strategie differenti, utilizzano linguaggi diversi e perseguono obiettivi non sempre coordinati. Questa frammentazione riduce la capacità del sistema Paese di valorizzare in modo organico l’immenso patrimonio disponibile.

Abbiamo bisogno di una regia nazionale capace di mettere a sistema le eccellenze locali, costruire itinerari integrati, promuovere nuove destinazioni e distribuire i flussi in maniera più equilibrata durante tutto l’arco dell’anno.

Il turismo non può essere considerato soltanto un settore economico.

È una politica industriale.

È una politica territoriale.

È una politica infrastrutturale.

È una politica culturale.

Per questa ragione ritengo sia arrivato il momento di aprire un grande confronto nazionale che coinvolga Governo, Regioni, Comuni, associazioni imprenditoriali, organizzazioni professionali, parti sociali e operatori del settore.

Serve un vero Piano Industriale Nazionale del Turismo.

Un piano capace di guardare ai prossimi venti anni e non soltanto alla prossima stagione turistica. Un piano che affronti in maniera integrata i temi delle infrastrutture, della mobilità, della digitalizzazione, della sostenibilità ambientale, della formazione professionale, della qualità dell’accoglienza e della promozione internazionale dei territori meno conosciuti.

L’overtourism non è una malattia da combattere.

È il segnale di un successo che richiede capacità di governo, visione strategica e programmazione.

La risposta non può essere fermare i flussi.

La risposta deve essere governarli con intelligenza, distribuendo meglio opportunità, investimenti e presenze sul territorio nazionale.

L’Italia non soffre per l’eccesso di turismo.

L’Italia soffre perché troppo turismo si concentra in pochi luoghi, mentre un patrimonio immenso continua a restare fuori dai grandi flussi internazionali.

La vera sfida del prossimo decennio sarà trasformare questa debolezza in una straordinaria opportunità di crescita per l’intero Paese.

Se sapremo farlo, il turismo continuerà a essere uno dei più potenti motori dello sviluppo economico italiano. Se non sapremo farlo, rischieremo di trasformare una grande opportunità in un problema strutturale.

Il tempo delle analisi è ormai terminato.

È arrivato il momento di governare il successo.