
![]()
L’Osservatorio del Centro di Documentazione e Ricerca di Altragricoltura sta sviluppando un lavoro per leggere i dati economici e valutare l’impatto della crisi sulle aziende agricole italiane. Fra i dati che stanno emergendo e che ci costringono ad aggiornare il quadro della drammatica condizione delle piccole e medie aziende agricole, ve ne sono alcuni che sentiamo il dovere di diffondere subito anche se vanno ancora sistematizzati.
Dati che, nella loro pesantezza, richiamano ancora una volta all’urgenza di un intervento straordinario sulla crisi che, al momento, il Governo continua a non vedere e riconoscere continuando a mettere in evidenza solo gli elementi “positivi” che giustificano la narrazione (falsa) di un Made in Italy italiano che va a gonfie vele.
C’è un primo dato che, isolato, potrebbe essere letto come un segnale di ripresa. Nel primo trimestre del 2026 il sistema delle imprese italiane torna in territorio positivo: il saldo tra iscrizioni e cessazioni segna circa +690 unità, invertendo una dinamica stagionale storicamente negativa. Ma è proprio dentro questo apparente ritorno alla crescita che si apre una frattura sempre più evidente.
Perché nello stesso periodo l’agricoltura continua a muoversi in direzione opposta. Il comparto nei primi 3 mesi 2026 perde 6.141 imprese, pari a –0,91%, secondo i dati Movimprese. Non è una variazione occasionale. È la conferma di una traiettoria che si ripete con regolarità e che ormai non può più essere letta come una semplice fase negativa.
Se si guarda alla serie storica del Registro delle imprese, elaborata da Unioncamere e InfoCamere, il quadro è lineare: nel 2020 le imprese agricole erano circa 740mila, nel 2022 erano già scese intorno alle 720mila, nel 2024 sono scese sotto le 700mila, e nel 2025 si collocano tra 690mila e 695mila. In cinque anni sono scomparse tra 45mila e 50mila aziende agricole.
Ma ciò che colpisce non è soltanto la dimensione della perdita. È la sua continuità. Il calo è costante, anno dopo anno, senza inversioni anche quando il sistema economico generale mostra segnali positivi. Questo significa che l’agricoltura ha smesso di muoversi con il ciclo economico complessivo ed è entrata in una dinamica propria, strutturale.
A questo punto diventa inevitabile chiedersi cosa stia realmente accadendo dentro questi numeri. Perché non tutte le aziende stanno uscendo allo stesso modo. I dati indicano chiaramente che a ridursi è soprattutto la componente più diffusa e fragile del sistema: le ditte individuali, le aziende familiari, le micro imprese. Quelle che costituiscono storicamente l’ossatura dell’agricoltura italiana. Nello stesso tempo, resistono e in molti casi si rafforzano le imprese più strutturate, le società, le aziende integrate nelle filiere organizzate.
Non siamo quindi di fronte a una crisi indistinta della produzione agricola. Siamo di fronte a una selezione. Una selezione economica che agisce sulla struttura del settore, riducendo progressivamente la base produttiva diffusa e concentrando attività e valore in un numero sempre più ristretto di soggetti.
Questa lettura diventa ancora più chiara quando si mettono insieme i dati del Registro delle imprese con quelli dell’Istituto Nazionale di Statistica. Secondo ISTAT, le aziende agricole italiane erano circa 2,4 milioni nel 2000 e poco più di 1,1 milioni nel 2020. Oggi, però, quelle pienamente inserite nel sistema economico formalizzato sono meno di 700mila. La distanza — oltre 400mila aziende — non è una contraddizione statistica, ma la rappresentazione di una frattura reale.
Esiste un’agricoltura che continua a vivere nei territori, ma che è sempre più marginale, meno strutturata, meno riconosciuta economicamente. Aziende che non scompaiono immediatamente, ma che vengono progressivamente spinte fuori dal mercato, ridotte a una condizione di sopravvivenza. È in questo spazio, tra presenza fisica e marginalità economica, che si sta consumando la trasformazione più profonda.
Una dinamica di questo tipo non è neutrale. Non è il semplice risultato di un’evoluzione spontanea. È il prodotto di un insieme di fattori che agiscono nella stessa direzione: politiche agricole che premiano la dimensione e la superficie più che il lavoro, una distribuzione dei sostegni che favorisce le aziende più grandi, squilibri lungo la filiera che comprimono il reddito agricolo, aumento dei costi produttivi non compensato dai prezzi riconosciuti ai produttori.
Dentro queste condizioni, le aziende più piccole non riescono a reggere. Non perché siano inefficienti, ma perché vengono collocate in un contesto economico che ne rende sempre più difficile la sostenibilità. Il risultato è una selezione progressiva che non elimina semplicemente imprese, ma ridisegna la struttura sociale ed economica dell’agricoltura.
Le conseguenze sono già visibili. Meno imprese significa meno presidio territoriale, soprattutto nelle aree interne e marginali. Significa meno economia locale, meno lavoro diretto e indiretto, meno capacità di mantenere attivi territori che senza agricoltura tendono a svuotarsi. Allo stesso tempo, aumenta la concentrazione del valore lungo la filiera: meno soggetti, più grandi, con maggiore capacità di determinare prezzi e condizioni.
Nel breve periodo il sistema può apparire più efficiente. Nel medio periodo cambia natura, diventando più concentrato, più fragile dal punto di vista territoriale e più squilibrato nei rapporti di forza.
È qui che il dato economico diventa una questione sindacale. Perché non si tratta solo di quante aziende restano, ma di chi rappresenta l’agricoltura e con quale peso. La riduzione della base produttiva diffusa significa anche riduzione della capacità di rappresentanza, perdita di pluralità, indebolimento del tessuto sociale che ha storicamente sostenuto il settore.
I numeri, letti insieme, non raccontano una crisi temporanea. Raccontano una direzione. L’agricoltura italiana non sta semplicemente perdendo imprese: sta cambiando struttura, sta riducendo la propria base sociale, sta concentrando attività e potere economico.
Quando un processo è così costante nel tempo, non può più essere considerato inevitabile. È il risultato di scelte precise, di equilibri economici e politici che possono essere messi in discussione.
Ignorarlo significa accettarne le conseguenze.
Fonti:
– Movimprese – dati su iscrizioni, cessazioni e saldo imprese (I trimestre 2026)
– Unioncamere / InfoCamere – Registro delle imprese
– Istituto Nazionale di Statistica – Censimento generale dell’agricoltura

