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di Nando Silvestri
La presenza imponente dei vini irpini nel Padiglione Campania e, precisamente nella corsia centrale attigua agli stand B7 e B9 del Vinitaly 2026 non esprime soltanto una eccellenza in ambito europeo ma anche il fallimento più fragoroso delle istituzioni locali e nazionali in materia di politica economica destinata alla Campania. Il Greco di Tufo vanta 2200 anni di storia essendo nato dai trasferimenti del 180 A.C. dei Liguri Apuani nei campi taurasini dove i vitigni dell’ antica Grecia vennero impiantati. L’ Aglianico di Taurasi può essere considerato “la banca del vino d’ Europa” tenuto conto che migliaia di vagoni carichi di viti e barbatelle della preziosa varietà irpina vennero condotte in Toscana, Piemonte, Francia e Germania per riavviare la produzione vitivinicola interrotta dall’epidemia di fillossera del 1928. E’ ragionevole credere, come e’ stato documentato dall’Istituto Luce, che i cloni di Aglianico e Fiano irpino trasportati da Avellino per migliaia di chilometri abbiano dato origine ai pregiati Merlot e Bordeaux attuali. D’ altro canto il Fiano era noto sin dai tempi della dinastia sveva per i contenuti di minerali benefici e alcune qualità blandamente curative. La prima forma di giurisprudenza della storia, nota come Costituzioni Melfitane e realizzate dall’imperatore del Sacro Romano Impero Federico II puniva, non solo gli ebrei che praticavano sin dal 1200 credito ad usura, ma anche i falsificatori di Fiano. Il fondatore dell’università statale più antica del mondo (l’ Università “Federico II” di Napoli) beveva Fiano di Avellino dopo aver praticato la caccia con l’ ausilio del suo falco. E’ evidente che chi beve vino irpino ingoia storia oltre che benefici flavonoidi. Peccato che i comuni irpini non siano mai riusciti a farsi riconoscere adeguatamente i meriti delle loro uve, ne’ dalla Regione Campania, ne’ dalle Camere di Commercio. Le lancette dell’orologio hanno compiuto il giro completo per lustri senza che il vino irpino abbia mai ricevuto l’ attenzione che merita. Lo Stato inganna i giovani e il gentil sesso con campagne pubblicitarie e promesse di finanziamento dell’imprenditoria femminile e giovanile sfregandosi le mani e aspettando di salassare con la sua clava fiscale proprio le nuove imprese giovanili supportate con contributi a fondo perduto e a tasso agevolato. Il fatto che alcuni deputati e consiglieri regionali siano stati campani non ha tradotto mai fondi europei in Irpinia per consentireai vini dop, doc e docg locali di effettuare un salto di qualità peraltro sacrosanto. Nonostante il fatto che il 35 per cento dell’1,3% del contributo vitivinicolo al Pil campano provenga dall’ Irpinia, lasciando intendere apprezzabili parametri di produttività e rendimenti delle uve avellinesi, il vino irpino non fa filiera e neanche distretto economico come, invece, accade per Etna e Valpolicella. In Irpinia mancano gli anelli della “VALUE CHAIN” (la catena di valore) perché mancano consorzi, serie politiche creditizie, reti di comunicazioni viarie e ferroviarie in grado di spostare i visitatori del Vinitaly in Irpinia in tempi brevi. Manca il completamento dell’autostrada Napoli Bari e il turismo enogastronomico capace di attivare i consumi che aumentano quello che in macroeconomia si chiama “moltiplicatore keynesiano” (la misura dell’espansione del reddito). Molto più virtuoso e arguto Benito Mussolini che, con gli introiti di franchi e marchi provenienti dalle vendite di uve irpine a francesi e tedeschi compro’ carbone e acciaio per intraprendere lo sviluppo del Pil italiano dell’epoca, ancora oggi illustrato nei manuali universitari di macroeconomia del famoso economista Blanchard legato al FMI. Quando si beve un eccellente vino irpino si maneggiano bottiglie prodotte da vetrerie toscane e parmigiane stappando sugheri provenienti dal Portogallo. Basterebbe iniziare a costruire vetrerie e sugherifici per mitigare la disoccupazione in Campania e, al tempo stesso, dare vita ad una catena di valore in grado di attivare un auspicabile “distretto del vino irpino”. Peccato che non nascano più sovrani illuminati come Federico II ma solo parolai grotteschi e volgari votati da gente priva di senno.