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Il 15 aprile 1967 si spegneva a Roma Totò, al secolo Antonio De Curtis, uno dei più grandi artisti italiani di sempre. Aveva 69 anni. Attore, poeta, autore e simbolo della cultura napoletana, il “Principe della risata” lasciava un vuoto enorme, destinato però a trasformarsi nel tempo in un’eredità immortale.
Nato nel Rione Sanità nel 1898, Totò aveva costruito la sua carriera partendo dal teatro di rivista, per poi conquistare il cinema con quasi cento film. Da Guardie e ladri a La banda degli onesti, passando per Signori si nasce e Siamo uomini o caporali, il suo talento riusciva a mescolare comicità e malinconia, nobiltà e miseria, diventando unico nel suo genere.
Negli ultimi giorni di vita, già provato da problemi di salute, fu colpito da un malore improvviso. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile, le sue condizioni peggiorarono fino alla fine, arrivata alle 3.30. Tra le ultime volontà, il desiderio di tornare a Napoli, la città che aveva sempre portato nel cuore.
Nonostante avesse chiesto un funerale semplice, furono tre le cerimonie in suo onore: a Roma, a Napoli e nel suo amato Rione Sanità. Migliaia di persone scesero in strada per salutarlo, in una delle più grandi manifestazioni di affetto popolare mai viste.
In vita spesso sottovalutato dalla critica, Totò è stato rivalutato pienamente dopo la sua morte, diventando oggi il comico italiano più amato di sempre. La sua arte, fatta di intuizioni geniali e umanità profonda, continua ancora oggi a parlare a generazioni diverse.
E quella frase, pronunciata poco prima di morire – “portatemi a Napoli” – resta il simbolo di un legame indissolubile tra Totò e la sua città. Un amore che nemmeno la morte ha potuto spezzare.