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Il Segno della Farfalla Bianca e la Fotografia del 1960
Ho scelto la farfalla bianca come guida in questo racconto perché essa è il simbolo della purezza e del legame indissolubile con chi ci ha preceduto. La storia non si inventa, si custodisce con delicatezza. Osservando la fotografia del matrimonio dei miei genitori (1960), ritrovo la Sirignano che non c’è più: la magnificenza di quel maestoso Crocifisso di scuola napoletana (fine ‘600 – inizio ‘700) che regnava sull’Altare Maggiore, circondato dai dieci candelabri dorati e dai fiori. La foto è il documento che grida la Verità contro l’oblio.
UN ALTARE PER I RE E PER I PRINCIPI (1581)
La nostra storia monumentale nasce nel 1581, quando per iniziativa della famiglia Caracciolo della Gioiosa fu eretto l’Altare Maggiore, capolavoro di marmi pregiati e madreperla originale. Qui si è inchinato il meglio dell’aristocrazia napoletana: Re Ferdinando II di Borbone, che amava la nostra Sirignano, insieme a Principi, Marchesi e a Sua Eccellenza Giuseppe Caravita. A testimonianza di questo legame restano gli stemmi della Gioiosa e dei Caravita. A nobilitare lo scenario vi erano i tre troni d’altare seicenteschi donati dai Principi Caravita con il loro stemma; oggi, purtroppo, ne rimane uno solo in un angolo della sagrestia.
LO SCHEMA DELLA GLORIA: I LIVELLI DELL’ALTARE
Il Livello Superiore: La Pala d’Altare del Mozzillo
Sopra l’altare svetta la splendida Pala d’Altare (fine ‘700) del Mozzillo: la Madonna delle Grazie circondata dagli Angeli, con San Giuseppe, Santa Lucia e Sant’Andrea nell’atto solenne di leggere una pagina del Vangelo. Sopra, il Monogramma Mariano, la scritta dell’Altare Privilegiato e i busti reliquiari dei Santi Pietro e Paolo.
Il Livello Centrale: Il Maestoso Crocifisso e la Teologia del Dio Vivente
Il Crocifisso della Luce: Questo è il Crocifisso della Gloria. Poggia su una base solida e, insieme ai dieci candelabri dorati (i Dieci Comandamenti), indica la Verità. Il corpo di Gesù è il Consummatum est, con il capo reclinato sulla spalla destra. Alle estremità spiccano i quattro terminali (canti) d’argento e, dietro il capo, la raggiera di gloria.
Il Tabernacolo e il Gesto del Papa: Sotto questo Crocifisso dimora il Dio Vivente. Teologicamente, il Crocifisso non abbandona mai l’Altare; ma nei momenti più bui — epidemie, pesti, eruzioni — è il Dio Vivente a lasciare il Tabernacolo per mettersi in cammino e salvare l’umanità. Lo ha mostrato Papa Francesco nella Piazza San Pietro deserta: ha pregato davanti al Crocifisso di San Marcello (l’immagine), ma per operare il miracolo ha innalzato il Santissimo Sacramento. Una Verità che splende oggi sotto il pontificato di Papa Leone XIV.
Il Livello Inferiore: Colonne, la Guardia d’Onore e la Cancellata
La struttura poggia su colonne intarsiate a foglia d’oro dove spiccano i quattro Santi monaci dell’ordine Alcantarino, Guardia d’Onore perpetua:
San Francesco d’Assisi: L’umiltà estrema che sostiene il peso della Chiesa.
San Bernardino da Siena: Il predicatore che col monogramma di Cristo scaccia le tenebre.
San Pietro d’Alcantara: La penitenza che purifica il cuore per accostarsi al mistero.
San Bonaventura: La sapienza serafica che guida la mente verso Dio.
Il presbiterio era protetto dalla Cancellata con gli Angeli, per delimitare lo spazio sacro. Nelle nicchie laterali troviamo San Pasquale e Sant’Antonio, mentre lateralmente splende San Feliciano in estasi.
LO STRAVOLGIMENTO DEGLI SPAZI E DELLA TEOLOGIA
Il lato sinistro è stato ferito: l’imponente Pulpito ligneo fu smontato per un altare grigio per San Leonardo, poi rimosso per la Fonte Battesimale. Spostare la Fonte (la “porta” della fede) dall’ingresso al presbiterio è un errore teologico: il cammino deve iniziare all’entrata del tempio.
IL MANUFATTO DA STIPO E IL RITO DELLA PASSIONE
In quei marmi del 1581 non c’è mai stato il manufatto che oggi è in sagrestia. Per secoli è rimasto chiuso negli armadi delle sacre stanze. È un’opera nata per lo stipo, estratta solo per il Giovedì Santo, portata tra il bianco grano del “Sepolcro” davanti alla Madonna di Pompei per essere adorato dal sacerdote nel rito dell ostensione e della adorazione della Croce . Oggi quel manufatto, dopo un restauro che ha sostituito la croce nera originale, e i suoi colori olivastri , è appeso alla parete e guarda il presbiterio attraverso i vetri della porta di legno. Ma la sua storia appartiene all’ombra degli stipi, non al fasto dell’Altare Maggiore.
CONCLUSIONE: LA MEMORIA COME ATTO D’AMORE
Custodire questa memoria non è un semplice esercizio di nostalgia, ma un atto d’amore verso le nostre radici e verso Dio. La fotografia del 1960 non ci restituisce solo un’immagine, ci restituisce un’anima. Vedere quell’Altare oggi, spogliato dei suoi troni regali, della sua cancellata angelica e della sua corretta gerarchia teologica, è una ferita che solo la Verità può rimarginare.
Restituiamo a Sirignano la sua dignità barocca, quel palcoscenico di fede dove i marmi intarsiati di madreperla parlavano di eternità. Perché quando un popolo dimentica la bellezza della propria chiesa, smette di saper sognare il Paradiso. Che questo racconto sia la nostra farfalla bianca, capace di volare oltre il tempo per ricordarci chi siamo e quanta Luce abbiamo il dovere di proteggere.
M . A.

