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Il 3 gennaio del 1496, a Milano, Leonardo da Vinci era immerso in uno dei suoi sogni più audaci: dare all’uomo la possibilità di volare.
Tra le infinite curiosità che animavano il genio toscano, il volo occupava un posto speciale. Non esisteva ancora una parola per definire ciò che stava progettando: non era un aeroplano, non era un elicottero, non era nulla di già visto. Era una creatura meccanica ispirata alle ali degli uccelli, pensata per sollevarsi in aria grazie alla sola forza del corpo umano.
Leonardo si trovava alla corte di Ludovico Sforza, detto il Moro, e prima ancora di presentarsi al duca aveva inviato una lunga lettera in cui elencava le sue competenze. Curiosamente, nei primi paragrafi si proponeva come ingegnere e inventore, mentre solo alla fine citava le sue qualità di pittore, scultore e architetto, quasi a voler dire che, prima di tutto, era un uomo capace di immaginare il futuro.
La sua macchina volante — oggi ricostruita sulla base dei disegni contenuti nel Codice Atlantico — prevedeva un pilota seduto in un piccolo abitacolo, con braccia e gambe libere di muoversi per azionare grandi ali meccaniche. Leonardo era convinto che coinvolgendo tutto il corpo si potesse generare l’energia necessaria al decollo. In alcuni appunti ipotizzò perfino un meccanismo per sostituire la forza umana, ma la tecnologia del tempo non lo consentiva.
Il progetto prevedeva anche una piattaforma di partenza rialzata, perché l’ampiezza delle ali non avrebbe permesso di decollare da terra. Leonardo immaginava di costruire il prototipo in un laboratorio nascosto, protetto da sguardi indiscreti, segno che l’idea non era solo teorica, ma qualcosa che voleva davvero tentare.
Non sappiamo se la macchina sia mai stata provata davvero. Quello che è certo, però, è che quel sogno non è mai rimasto a terra: ha attraversato i secoli, ispirando l’ingegneria moderna e ricordandoci che ogni grande conquista nasce prima da un’idea che osa guardare il cielo.