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La poesia “Suonno” nasce da una passeggiata autunnale nei vicoli di Napoli, un attraversamento fisico e spirituale che prende forma tra luoghi simbolici come il Vico Tre Re e la sontuosa, affollata via Toledo. Napoli, città quasi sempre baciata dal sole e dalla luce, anche nelle stagioni più aspre, diventa scenario di un contrasto potente: da un lato la luminosità delle grandi arterie urbane, dall’altro le ombre silenziose delle stradine secondarie, senza tempo, capaci di suscitare riflessioni profonde sulla fragilità della condizione umana.
Nelle strade inondate di luce sembrano rischiararsi anche il cuore e la mente di chi le percorre, accendendo aspettative e desideri di rinnovamento. Ma è soprattutto nelle viuzze laterali, nei chiaroscuri della città partenopea, che emergono le contraddizioni più laceranti di esistenze segnate dalla fatica quotidiana. Qui la vita si trasforma in un rituale quasi sacro, celebrato in un religioso silenzio tra le mura di antichi palazzi, un tempo dimore di soldati spagnoli, oggi custodi di memorie collettive.
I sorrisi stanchi e i volti segnati raccontano una dignità profonda, valori autentici che convivono con ferite interiori paragonabili a vere e proprie cicatrici di guerra. La necessità impone sacrifici spesso inconfessabili, fusi con l’austerità di quartieri antichi, complessi, difficili da decifrare. In questo contesto, Napoli si configura come un vero e proprio “modello matematico” dell’Italia meridionale: una realtà capace di rappresentare e spiegare anche le dimensioni più sfuggenti e impenetrabili dell’esistenza, dove l’uomo trova conforto soprattutto nella spiritualità.
Fede e devozione diventano vibrazioni essenziali di questa dimensione interiore, incarnate poeticamente nella figura di Maria Francesca, la “Santa dell’impossibile”. Eppure, anche l’impossibile – come i sogni – può talvolta avverarsi, almeno in parte, se l’uomo sa appellarsi alla Ragione, al logos dei grandi pensatori della Magna Grecia, ancora profondamente radicato nella cultura del Mezzogiorno.
Consapevole del proprio passato, il capitale umano meridionale comprende che audacia e caparbietà restano gli antidoti più efficaci contro la rassegnazione e il nichilismo. La modernità e il progresso appaiono allora come un compromesso spesso doloroso tra ipocrisia e barbarie primordiale, secondo una lucidissima intuizione del filosofo napoletano Giambattista Vico. Ricordare chi siamo stati diventa così un atto salvifico, necessario a custodire l’identità e la continuità intellettuale, al riparo da contaminazioni volgari e dalla corruzione morale.
Il passato non è un semplice orpello nostalgico, ma una “invetriata” attraverso cui mettere a fuoco il proprio io in armonia con la natura, come scriveva Dino Campana nei Canti Orfici. In questo percorso, il mare emerge come simbolo supremo di riconciliazione interiore e riappropriazione di sé.
L’itinerario poetico si snoda così attraverso figure e luoghi carichi di significato: il vecchio amico Salvatore; Dinuccia, l’Isola di Dino, piccolo scrigno calabrese che custodisce emozioni, passioni e segreti; la secca di Maratea, approdo finale dove persino il mare sembra trovare pace. Un cammino complesso e impegnativo, in cui sogno, memoria e coscienza si fondono, dando voce a una poesia che è insieme intima e universale.