​”BIETT A PRINCIPESSA…”. ’A Casella rossa e la libertà del pensiero della bandiera borbonica. Il Principe, il Poeta e la Casella Rossa: quando Sirignano parlava al cielo

​BIETT A PRINCIPESSA.... ’A Casella rossa e la libertà del pensiero della bandiera borbonica. Il Principe, il Poeta e la Casella Rossa: quando Sirignano parlava al cielo

Ci sono luoghi in cui il passato non si misura con lo scorrere dei minuti, ma con il mutare delle stagioni, il passo fiero dei cavalli, il rintocco antico del bronzo e l’eco di storie che il vento della montagna si rifiuta di cancellare. Lassù, dove la roccia calcarea sfida il cielo e le ginestre profumano di selvaggia libertà, sorge un piccolo avamposto di pietra che custodisce l’anima più autentica di un’epoca. Questo racconto è un viaggio tra i fasti della Napoli nobiliare e l’orgoglio indomito della nostra terra; un omaggio alla memoria storica di Sirignano, ai suoi signori, ai suoi figli e a quel filo invisibile che unisce la fedeltà alle proprie radici alla libertà del pensiero, immortale come le vette che la proteggono.

​All’epoca, per arrivare a Sirignano c’era una sola via d’accesso obbligata: la strada vecchia che veniva dal Cardinale. Ed è proprio lì, all’inizio di quel sentiero che collegava il paese al resto del mondo, che il Principe Giuseppe Caravita amava fare gli onori di casa. Si dice che aspettasse lì, immobile sul suo fiero cavallo da caccia, l’arrivo del suo ospite più illustre, il grande poeta Salvatore Di Giacomo. Vederli incontrarsi in quel punto fermava l’attimo: il letterato fine e malinconico che arrivava da Napoli e il Principe che, dall’alto della sua sella, gli dava il benvenuto nelle sue terre, pronto a scortarlo verso le meraviglie del Palazzo.
​Il legame tra la capitale e il paese natale era fatto di storie straordinarie. Si raccontava che un noto industriale boschivo di Sirignano avesse fatto un dono speciale al Principe: un’aquila reale, catturata proprio tra le vette più alte, dove il maestoso uccello era abituato a solcare i cieli e a dominare i monti. Quell’emblema di fiera libertà era stato portato fino a Napoli, nel rione Chiaia, dove il Principe Giuseppe le aveva fatto costruire un’enorme gabbia nel giardino del Palazzo Sirignano. Chiunque guardasse quell’aquila nel cuore della città, sentiva il richiamo potente e selvaggio dei boschi d’Avellino.
​BIETT A PRINCIPESSA.... ’A Casella rossa e la libertà del pensiero della bandiera borbonica. Il Principe, il Poeta e la Casella Rossa: quando Sirignano parlava al cielo​Ma il richiamo di quella terra era forte anche per il Principe. Quando tornava a Sirignano, il movimento nel cortile del Palazzo cambiava e le strade della famiglia si dividevano subito, creando due mondi paralleli. I figli montavano sui loro pony: piccoli, fieri e instancabili. Sotto l’occhio attento e severo del loro precettore, che ne guidava i passi e ne sorvegliava i movimenti, i bambini partivano al piccolo trotto per la loro personale avventura nel vicinato. Si allontanavano liberi tra le strade del paese, superando i portoni e girando tra i cortili, riempiendo l’aria di quell’allegria spensierata che solo i bambini sanno portare nei vicoli.
​Il Principe, invece, prendeva la via della montagna per ritrovare l’aria dei cieli della sua aquila. Non andava da solo: lo seguiva un corteo solenne composto dagli illustri ospiti di passaggio al castello, dai battitori e dai fedeli guardaboschi del posto, gli unici a conoscere ogni segreto dei sentieri. Salivano insieme fin dove l’aria si faceva fina, finché i muri a secco di pietra calcarea non cominciavano a tagliare il pendio, terrazzando la roccia proprio ’n petto a la Principessa .
​Lassù, isolata e fiera, li aspettava la Casella rossa, protetta dalle ginestre e dal silenzio del bosco . Quello era il regno di pietra del Principe, un rifugio dove ogni cosa sembrava sospesa. Mentre i cavalli venivano legati all’ombra degli alberi che accarezzavano la vecchia facciata , il Principe si sistemava all’interno, dietro la finestra protetta dalla solida e severa grata in ferro battuto, scrutando il fitto della vegetazione in attesa della selvaggina .
​In quel silenzio profondo, all’improvviso, saliva da valle un suono familiare e potente: erano i rintocchi della campana di Sant’Andrea. Una voce di bronzo che si arrampicava tra le rocce e i burroni, nitida e limpida, capace di arrivare fin lassù, alla Casella, per ricordare a tutti che il paese era lì, a vegliare sui suoi signori.
​In quel nido d’aquila, accarezzato dal vento e dal suono della campana, i piemontesi non erano mai riusciti a salire davvero. Non erano riusciti a strappare la bandiera borbonica, che restava idealmente piantata non solo sulla roccia, ma soprattutto nella libertà del pensiero di chi non piegava la testa davanti ai nuovi padroni. Un ideale intatto, protetto dalle mura della Casella che nessuno avrebbe mai potuto espugnare. E mentre a valle il vicinato risuonava dello zoccolio festoso dei pony guidati dal precettore, il Principe, dall’alto della Principessa, ascoltava il battito profondo della sua Sirignano, fiero e indomito come l’aquila dei suoi monti.

Maicol Acierno