BAIANO. Al Circolo l’ Incontro si è discusso di: formazione della proprietà fondiaria e la letteratura d’impegno sociale

BAIANO. Al Circolo l Incontro si è discusso di: formazione della proprietà fondiaria  e la letteratura d’impegno sociale

BAIANO. Al Circolo l Incontro si è discusso di: formazione della proprietà fondiaria  e la letteratura d’impegno socialeAll’”Incontro” documentata e variegata conversazione-relazione di Antonio Masucci e Angelo Perna. All’iniziativa, partecipazione straordinaria di Paolo Saggese che ha presentato la tematica di “lettera a un giudice . Racconto fantastico sulla corruzione ”- di cui è autore- primo tassello della trilogia in via di stesura definitiva e destinata al teatro d’impegno civile, specchio della diffusa pratica della corruzione che annulla le scale dei valori e l’etica della responsabilità verso il bene comune e la dignità dei cittadini.

Percorsi di Analisi giuridicolegale ed economica, per fissare il prospetto genetico della formazione – dall’ 800 ai nostri giorni- della proprietà fondiaria, inclusa l’acquisizione dei cespiti immobiliari, intesi come “ case e  palazzi di case ” sul territorio dell’attuale Unione intercomunale del Baianese e dell’Alto Clanio, formata da sei Municipalità con una popolazione che sfiora i 30 mila abitanti, e già costitutiva dell’omonimo Mandamento, soppresso negli anni ’20 del secolo scorso nel quadro della riforma che ridisegnò gli assetti amministrativi in ambito nazionale; un prospetto “letto” in funzione dei beni afferenti ai patrimoni pubblici dei Comuni, ma anche ai patrimoni immobiliari – formati dalle cospicue e frequenti donazioni, susseguitesi nel tempo, in ossequio al popolaresco motto dell’ ” anima al Paradiso e la roba alla chiesa ….”- che rientravano nelle disponibilità degli Enti ecclesiastici, Confraternite, Conventi e Monasteri ed erano in capo al clero e agli ordini monastici per la gestione.

Come dire la vera ricchezza materiale di ieri – in un’economia di autoconsumo in contesti sociali chiusi- calibrata sul “ possesso della terra ”, per la quale si alimentavano aspre contese e violenti scontri – talvolta sfociati in “ammazzamenti” persino in luoghi sacri- di cui erano protagoniste ristrette famiglie, che “facevano e disfacevano” a loro piacimento e interesse le amministrazioni locali , per non dire delle relazioni intercorrenti tra le stesse famiglie e il clero, in ordine al controllo gestionale e allo sfruttamento dei patrimoni ecclesiastici e conventuali. Una sequenza di arbitrii, sopraffazioni, vere usurpazioni in danno di intere comunità, svilite persino nella loro religiosità devozionale, ma rese ignare e asservite ai clan del potere locale. E poi approccio con la Letteratura d’impegno sociale, incentrato sull’anamnesi del fenomeno della corruzione in ambito pubblico, da cui è attraversata in lungo e in largo la realtà sociale del nostro tempo; fenomeno, per il quale nell’attualità del XXI secolo l’ Italia primeggia, tenendo conto solo dei profili penalistici, con cui la pubblica corruzione, generatrice di ricchezza materiale, s’identifica secondo il suo ordinamento giuridico.

BAIANO. Al Circolo l Incontro si è discusso di: formazione della proprietà fondiaria  e la letteratura d’impegno socialeBAIANO. Al Circolo l Incontro si è discusso di: formazione della proprietà fondiaria  e la letteratura d’impegno socialeSi sono connotate su queste impostazioni e varietà dei correlati contenuti, le conversazioni-relazioni , sviluppate nel Circolo L’Incontro dall’avvocato Antonio Masucci, civilista, e dal professore Angelo Perna , docente di Economia aziendale nell’Istituto statale “Luigi Amabile” di Avellino, e dal professore Paolo Saggese, docente di Letteratura greca e latina nello storico Liceo statale “Rinaldo D’Aquino ”, faro di cultura per le giovani generazioni del territorio di Montella e della Comunità montana dei Picentini . Giornalista pubblicista, Saggese è saggista e autore di graffiante e cristallina scrittura – ultima sua preziosa … fatica è la pubblicazione di “Rocco e i suoifratelli ”, volume edito a cura del Parco letterarioFrancesco De Sanctis”, tra i pochi Parchi letterari attivi nel Sud, che svolge da oltre un decennio con operosa serietà la sua missione istituzionale, dando continuità sia alle iniziative per lo sviluppo locale sia alla promozione e circolazione dei valori culturali del Sud – è direttore scientifico del Centro di documentazione sulla poesia meridionale, unico laboratorio del genere- specializzato nella ricerca e nell’approfondimento della cultura letteraria- al di qua del Garigliano.

LA FORMAZIONE DELLA PROPRIETA’ FONDIARIA, TRA LEGGI E MALAFFARE . LA SPIRALE DELL’APPROPRIAZIONE DEI BENI PUBBLICI E DEGLI ENTI ECCLESISTICI.  GLI INTRIGHI DI CONSORTERIE FAMILIARI E DEL CLERO

Il filo delle legislazioni funzionali alla formazione della proprietà fondiaria, nella prima sessione svoltasi il 7 febbraio si era interrotto alla soglia dell’età giolittiana, per essere ripreso, in seconda sessione, con i riflettori puntati sull’arco di tempo che conduce ai nostri giorni. Un affresco chiaro e lineare, per il quale nell’incipit l’avvocato Masucci  faceva rilevare che nelle applicazioni concrete le normative, che pur avevano una ratio valida con finalità utili, anche rispetto ad una società statica, come quella pre \ post unitaria, erano sostanzialmente disattese in larga misura nei contesti locali, specie nel Sud.

E nel contesto dell’ Unione intercomunale del Baianese e dell’Alto Clanio – chiosava- “Non è mancata proprio nessuna modalità di malaffare, intrigo, abusi e usurpazioni, con cui in tutte le realtà meridionali, specie dal 1862 in poi e in grande parte dei primi decenni del ‘900, ci si è appropriati di beni pubblici e terreni  demaniali, sottraendoli alle comunità e ai contadini”. Si sono così formate grandi proprietà per effetto di rapine reali e sostanziali, ma “legalizzate” secondo le formali procedure previste e … valide a tutti gli effetti, ma non nella comune coscienza della generalità delle popolazioni locali, rese silenti e rassegnate. Ed efficace era il riferimento alla legge del 1862, con cui lo Stato unitario, appena costituito, dispose la vendite dei beni demaniali, per fare “cassa ”, a fronte dell’elevato debito pubblico, da cui era gravato; vendite che si attuarono nello stesso anno e nel 1865 con scarsi esiti rispetto alle previsioni. E così- sempre per i bisogni di “cassa” perdurando la … voragine del debito pubblico- lo Stato con la legge del 1866 incamerò un’altra consistente fetta di beni ecclesiastici per i quali- restando nell’ambito del Regno di Napoli già si era “abbattuta” nel 1806 la legge sull’eversione della feudalità nel quadro del riformismo del Decennio napoleonico- le aste furono esperite nel 1867,1868, 1869 e 1870.

Di fatto, le vendite e le aste, nella generalità dei casi , anche per la strutturale “debolezza” delle corruttibili commissioni preposte, si svolsero al ribasso, “premiando” gli interessi di quelle consorterie e cricche familiari di retaggio feudale, che erano in grado di controllare direttamente o indirettamente le amministrazioni comunali e gli Enti responsabili dei patrimoni ecclesiastici. Era il ben noto viatico, che determinò la formazione della proprietà fondiaria e del latifondo, soprattutto nel Sud; un processo, al quale si agganciarono i meccanismi dei livelli censuari e delle concessioni, per i quali le aste privilegiavano sempre le stesse consorterie e cricche, in proporzione con il loro potere contrattuale e negoziale; consorterie e cricche, che, alla lunga, si auto-esentavano dal pagamento dei canoni dovuti alle amministrazioni comunali e agli Enti ecclesiastici, accaparrandosi di fatto l’indebita proprietà dei beni oggetto dei contratti di livello. E sul territorio sono in vigore contratti di livello da oltre un secolo con canoni mai versati ai Comuni, mentre delle procedure di “affrancamento” neanche si fa cenno. Né interessano affatto alle amministrazioni in carica e meno che meno ai partiti. Eppure si tratta di pratiche di semplice applicazione della legalità, con riduzione dei carichi tributari locali a vantaggio della generalità dei cittadini.

Come che sia, mette conto rilevare che in questo scenario si innestano le vicende che corrono dal 1880 al 1915. Sono gli anni, in cui nei Comuni le ristrette cerchie di amministratori – fatte scarne eccezioni- pongono in atto frequenti e diffuse “usurpazioni” dei beni demaniali; erano i beni, che non erano stati assegnati ai contadini destinatari secondo i riparti in quote previsti dalle normative, o beni che erano restati invenduti nelle aste o beni correlati con i livelli non affrancati. Poi, si aprirono i fronti della tragedia della Grande guerra combattuta in larga misura dai fanti-contadini e all’epilogo – nel 1919 – fu emesso il decreto Visocchi, che obbligava i proprietari dei terreni incolti a farne la cessione in coltivazione a cooperative di contadini. Un modestissimo, se non insignificante appannaggio, per dir così, per fanti-contadini reduci di guerra. Non ne cambiava affatto il destino dell’arretratezza e della marginalità in cui restavano relegati, dopo aver servito lo Stato e salvata la pelle sui campi di battaglia.

Un relativo mutamento sugli assetti della proprietà terriera si registrò nel 1926 con l’avvento del regime mussoliniano, che conferì all’Opera nazionale dei combattenti funzioni competenze di trasformazione fondiaria, interventi di bonifica, come quelli dell’Agro pontino, favorendo l’incremento della piccola e media proprietà. La successiva legislazione del 1927 provvide al riordino degli usi civici con il relativo esercizio, determinando anche nuove assegnazioni di terreni del patrimonio pubblico, per dare ulteriore impulso alla costituzione della piccola e media proprietà contadina. Un scelta politica e di legge – questa- che i “gerarchi” fascisti volsero a loro favore, pur non essendone destinatari. E su questa scia fu disposta anche la ricognizione dei contratti di livello risalenti al 1865 e al 1870 per beni pubblici, i cui titoli di proprietà erano pur sempre in capo agli Enti locali, anche se ne beneficiavano i privati con canoni irrisori, se e quando li versavano. Come dire che le tante “affittopoli” e, più ancora, le tante acquisizioni – a prezzi di … svendita a favore dei soggetti delle caste di turno dominanti- di palazzi del patrimonio di Comuni e Enti pubblici, che, di tanto in tanto e senza scandalo particolare, “occupano” le cronache dell’Italia contemporanea, hanno “preclari” e ..robusti antecedenti.

Negli anni del secondo dopo-guerra, le grandi proprietà terriere permangono nelle loro dimensioni. C’è, tuttavia, la Costituzione dello Stato repubblicano, che favorisce e promuove il ruolo della piccola proprietà contadina. Ma, per dare attuazione al precetto costituzionale, urge il varo della riforma agraria con il ridimensionamento dei latifondi. E’ la prospettiva che si disegna negli anni ’50 con le lotte politiche dei contadini, che occupano i terreni spesso abbandonati e incolti , ottenendone l’assegnazione con contratti di vendita con patto di riservato dominio a favore dei grandi proprietari e pagamento del prezzo rateizzabile in 30 anni. Poi- tra gli anni ‘ 60 e ’80- arrivano le leggi sui Patti agrari e sull’equo canone dei fitti rustici, sulle prelazioni agrarie, viene varato il Piano verde, sono istituti Enti di sviluppo e di bonifica.

E’ una produzione legislativa considerevole, che, però, nel Sud non permette all’agricoltura di esercitare un ruolo decisivo nelle dinamiche dell’economia, mentre la società si è profondamente trasformata negli assetti produttivi e nei costumi sociali, per non dire delle grandi trasformazioni urbanistiche- spesso “selvagge”- con cui sono “distrutti” centinaia di migliaia di ettari di suoli agrari. E la condizione di marginalità, in cui continua ad essere relegata l’agricoltura, la cui valorizzazione richiede, però, una congrua e moderna cultura d’ “impresa”, con adeguati e diffusi supporti tecnici e tecnologici per i miglioramenti colturali, è sotto gli occhi di tutti. E l’agricoltura che recita le parti di … Cenerentola nell’Europa comunitaria e che non utilizza neanche le risorse che Bruxelles destina ai programmi di sviluppo dell’attività primaria. E sono programmi, la cui realizzazione ha importanza strategica per l’evoluzione economica delle realtà locali.

 IL PARASSITISMO DEI GRANDI PROPRIETARI. LA VERGOGNOSA E TRISTE STORIA DEI VALANI

Le notazioni del professore Angelo Perna – di stretta valenza sociale ed economica- focalizzavano nelle modalità della formazione nell’800 della grande proprietà terriera la marginalità dell’agricoltura nel Sud, in linea di continuità con i criteri del dominio esercitato dalle caste feudali . Una proprietà parassitaria, adagiata sulle certezze della rendita garantita, ma per nulla laboriosa, nient’affatto operosa e del tutto priva dell’attitudine a migliorare le colture e le tecniche di coltivazione. La stessa importanza, che i grandi proprietari riservavano – per sé e per i rampolli, se si dedicavano agli studi, ma erano rari gli uni e gli altri- all’esercizio delle attività professionali nell’avvocatura e nella medicina, tralasciando gli ambiti scientifici e degli studi agrari, è l’eloquente testimonianza del rapporto parassitario che avevano con la proprietà fondiaria. E sotto questo profilo va rilevato che nel territorio dell’ Unione intercomunale del Baianese e dell’Alto Clanio, nonostante la vocazione naturale per la nocciolicoltura, nel primo Novecento si contavano soltanto tre dottori in Agraria. Un rapporto di ben altra natura, che, invece, in altre regioni italiane, come la Toscana o l’Emilia-Romagna, i grandi proprietari hanno sempre avuto, soprattutto tra il ‘700 e l’800 con la proprietà fondiaria, migliorandone gli assetti produttivi e dando rilevanza alla propria formazione professionale specialistica di settore e in chiave imprenditoriale.

Il parassitismo sociale dei grandi proprietari non ha favorito lo sviluppo agricolo dei territori, ma neanche il più generale contesto sociale del Sud ne promosso le condizioni; e sul punto, a titolo esemplificativo, Angelo Perna inseriva il tema dello sfruttamento del lavoro minorile, collegato alla vicenda dei valani. Una vicenda nota agli analisti della Storia economica locale, ma poco conosciuta e raccontata con incisiva efficacia documentativa dal saggio di Elisabetta Landi , pubblicato nel 2012 da Ediesse ed incentrato proprio su “Il mercato dei valani nel Sud”, con particolare riferimento agli anni del secondo dopo-guerra in terra sannita.

I valani erano ragazzi, che venivano ceduti ai “massari”, addetti ai possessi terrieri dei grandi proprietari, per l’utilizzo annuale o pluriennale nei lavori stagionali dei campi e per la cura del bestiame. Erano ceduti, per fame nera e indigenza totale dai genitori, in cambio di un sacco di grano o simili misere ricompense. Le trattative di cessione si svolgevano in coincidenza con le maggiori e più popolari festività religiose, che- nella Campania interna- erano dedicate, in agosto, alla Madonna dell’Assunta, e, a settembre, alla Madonna delle Grazie. Le trattative si svolgevano nelle vicinanze dei luoghi sacri o addirittura sui sagrati dei Duomi. I ragazzi da cedere venivano “esposti” ai “massari” o direttamente ai grandi proprietari terrieri, per  mostrarne fattezze, buona  salute e robustezza . Il triste e mortificante “mercato” è andato in scena fino al biennio ‘ 49\50 del secolo scorso, quando lo Stato è intervenuto con il necessario rigore, per porre fine alla vergognosa pratica della tratta dei ragazzi, nel rispetto dei principi della Carta costituzionale democratica e repubblicana; tratta, che non aveva mai suscitato un fiato di ripulsa né fatto sollevare un brandello d’indignazione  tra i “ benpensanti e galantuomini” locali , mentre il clero era dormiente nell’egoistico e particolaristico “quietismo” alla … don Abbondio di manzoniana memoria.

LA “ REPUBBLICA DEI POMODORI” E I “ PIEDI NERI”. LA CORRUZIONE TRIONFA, LA GIUSTIZIA IMPRATICABILE E… ASSENTE  

L’integrazione dei contenuti tematici delle articolate Analisi, sviluppate con spiccato senso realistico da Antonio Masucci e Angelo Perna era proiettata sullo schermo dell’attualità da Paolo Saggese . Una proiezione affidata alla presentazione di “Lettera a un giudice”, il cui sottotitolo di Racconto  fantastico ha tutta l’aria del pretesto assunto da Saggese, alla maniera del “manoscritto ritrovato” e, più ancora, dello “scartafaccio”, a cui don  Lìsander Manzoni – eccolo ancora in causa – dichiara di ispirarsi per comporre il romanzo popolarerealistico de “I Promessi sposi”, nel cui impianto narrativo si specchiano le matrici di tanti aspetti proprio dell’oggi; aspetti, che sono certamente più accentuati e gravati nella carica di negatività rispetto alla realtà di uomini, ceti dirigenti e governanti della Lombardia del ‘600, attraversata da mille ingiustizie ed iniquità, soggiogata dal dominio spagnolo.

Di fantastico e surreale, la “Lettera ” illustrata dall’autore, non ha nulla. E’ la trascrizione del reale, ma soprattutto della corruzione che investe sempre più il modo” dei concorsi pubblici, che, in teoria, dovrebbero servire a selezionare al migliore e maggiore livello possibile di qualità il personale – nei vari ordini e gradi sia di funzioni che di competenze- per rendere efficiente l’apparato dello Stato e di tutte le sue articolazioni, dal basso all’alto; una finalità normale, quella della selezione concorsuale al più alto indice di qualità, che sembra ormai non albergare più nel contesto sociale e istituzionale, essendo stati rimossi i valori del merito, per dare spazio alla corruzione, che non è soltanto quella che si traduce nel “dare denaro” a coloro che possono tutto, anche l’impossibile apparente, ma è anche e soprattutto costituita dal fitto reticolo delle “raccomandazioni”, dei rapporti amicali e familistici.

La “Lettera” è destinata “a un Giudice”, con la G in maiuscolo, che va visto con le sembianze di un comune magistrato che assolve normalmente le proprie funzioni, bensì come il cittadino a cui è affidata la storia di un concorso pubblico- metafora di tanti altri- palesemente taroccati- in danno del narrante, ma che, suo malgrado e nonostante le tante prove e attestazioni a sostegno delle sue ragioni, non trova a prestargli ascolto il mitico e  leggendario giudice operante nella Berlino del  Grande Federico di Prussia. Il Giudice -cittadino pare essere esortato a comprendere quale sia il degrado sociale e morale in cui versa la società  della Repubblica dei pomodori, che, a sua volta, è la bizzarra ed astrusa sommatoria di tante altre “Repubbliche dei pomodori ”, corrispondenti alle multiformi e molteplici realtà locali, in cui hanno campo libero i “Piedi neri” e i loro ”Capi”, emissari del potere; quelli che, tanto per dire, ti fanno superare senza problemi i concorsi, se fai conoscere loro le frasi-chiave degli elaborati presentati alle prove. I “Capi dei Piedi neri” mobiliteranno le Commissioni concorsuali e  i giochi sono fatti. Se in tutto ciò abbiano un ruolo, il merito e la qualità dei contenuti degli elaborati, è arduo, anzi improbabile capire. La “Lettera” contiene tante altre “cose, tra cui spiccano i tortuosi   gironi della macchina-giudiziaria, che sembra dotata di un motore imballato, chiusa in se stessa e nei formalismi procedurali.

Meritano le circa cento pagine de “ La lettera a un Giudice” di essere sfogliate e lette con attenzione, oltre che  viste, quando sarà completata la trilogia, di cui sono la chiave d’apertura ed essenziale; trilogia, dedicata al teatro civile.BAIANO. Al Circolo l Incontro si è discusso di: formazione della proprietà fondiaria  e la letteratura d’impegno sociale