SIAMO TUTTI FANTOZZI

SIAMO TUTTI FANTOZZI

di Francesco Piccolo

Abbiamo passato anni a ridere di lui. Forse perché avevamo paura di ammettere che un po’ gli assomigliavamo.

Per anni lo abbiamo chiamato sfortunato.

Perdente.

Sfigato.

Abbiamo riso della sua nuvola personale, delle sue cadute, delle sue figuracce e di quelle giornate in cui sembrava che l’universo si svegliasse soltanto per complicargli la vita.

Abbiamo riso quando provava a prendere l’autobus al volo.

Quando una semplice giornata di lavoro diventava un’impresa impossibile.

Quando cercava di fare bella figura e, puntualmente, qualcosa andava storto.

Ridevamo di lui.

Senza renderci conto che, qualche volta, stavamo ridendo anche di noi.

Poi siamo cresciuti.

E forse abbiamo capito una cosa.

Che Fantozzi non faceva ridere perché era diverso da noi.

Faceva ridere perché, in fondo, ci somigliava.

Quando Paolo Villaggio creò il ragionier Ugo Fantozzi non inventò soltanto un personaggio comico.

Creò uno specchio.

Uno specchio dell’uomo comune.

Di chi corre ogni giorno.

Di chi prova a essere all’altezza.

Di chi combatte piccole battaglie che nessuno vede.

Di chi qualche volta vorrebbe urlare, ma finisce per dire:

“Va bene così”.

La famosa nuvola dell’impiegato non era soltanto una trovata geniale.

Perché diciamoci la verità.

Chi non ha mai avuto la sua nuvola?

Quella giornata dove si rompe tutto.

Dove sbagli strada.

Dove arrivi tardi.

Dove pensi:

“Tra miliardi di persone, proprio sopra di me doveva fermarsi?”

La Megaditta non era soltanto un ufficio.

Era il simbolo di tutte quelle volte in cui abbiamo avuto paura di dire quello che pensavamo.

Per paura di essere giudicati.

Esclusi.

Lasciati indietro.

E poi c’era la signorina Silvani.

Abbiamo riso di quell’amore impossibile.

Ma forse anche lì c’era qualcosa di profondamente umano.

Il bisogno di essere scelti.

Guardati.

Considerati importanti da qualcuno.

E poi arriva quella scena.

Quella che conoscono tutti.

Un uomo abituato ad abbassare la testa trova finalmente il coraggio di alzarla.

E dice:

«Per me… la Corazzata Kotiomkin… è una cagata pazzesca!»

Novantadue minuti di applausi.

Non per la frase.

Ma per la libertà.

Perché quel giorno Fantozzi disse quello che tutti pensavano e nessuno aveva il coraggio di dire.

Forse crescendo cambia anche il modo di guardarlo.

Da bambini vedevamo solo le cadute.

Da adulti iniziamo a vedere tutte le volte che si è rialzato.

Ed è forse questa la grandezza di Paolo Villaggio: averci fatto ridere di un uomo fragile, per poi farci scoprire che dentro quella fragilità c’era qualcosa di profondamente nostro.

Oggi viviamo in un mondo diverso.

Tutti perfetti.

Tutti vincenti.

Tutti con la vita sistemata.

Almeno nelle fotografie.

Poi spegniamo il telefono.

E torniamo umani.

Con le nostre paure.

Le nostre insicurezze.

Le nostre piccole sconfitte.

Perché dietro quelle cadute, dietro quella nuvola sempre sopra la testa e dietro quelle sconfitte quotidiane non c’era soltanto comicità.

C’era vita.

C’era l’uomo comune.

C’eravamo noi.

Perché Fantozzi cadeva.

Ma tornava sempre.

Perdeva.

Ma ci riprovava.

E forse abbiamo sbagliato tutto.

Forse quella che abbiamo sempre chiamato debolezza era semplicemente umanità.

Perché serve coraggio anche per continuare quando nessuno applaude.

Perché alla fine Fantozzi cercava quello che cerchiamo tutti.

Forse nessuno vuole davvero essere perfetto.

Forse vogliamo soltanto essere accettati anche quando non lo siamo.

Essere visti.

Essere capiti.

Essere amati anche con qualche difetto.

E allora forse, dopo cinquant’anni, abbiamo capito una cosa.

Quella frase che sembrava una presa in giro era, in realtà, il complimento più bello.

Com’è umano lei.                                                                                                                                                                                                                                                                                        SIAMO TUTTI FANTOZZI