Non tutti gli abbracci si assomigliano

Non tutti gli abbracci si assomigliano

di Francesco Piccolo

Oggi si celebra la Giornata Mondiale dell’Abbraccio.

Una ricorrenza che potrebbe sembrare banale in un tempo in cui comunichiamo con un messaggio, una foto o una videochiamata.

Eppure ci sono cose che la tecnologia non è ancora riuscita a sostituire.

Una di queste è un abbraccio.

Forse ce ne siamo accorti davvero soltanto qualche anno fa.

Quando, per la prima volta, ci è stato chiesto di rinunciare a qualcosa che avevamo sempre considerato normale.

Durante la pandemia abbiamo imparato a salutarci da lontano.

A proteggerci restando distanti.

Ed è stato proprio allora che abbiamo compreso il valore di gesti che avevamo smesso di considerare importanti.

Tra questi, un abbraccio.

Personalmente non ne ho mai negato uno a nessuno.

L’ho sempre dato con il cuore.

Con la voglia sincera di darlo.

Forse perché, crescendo, ho capito che dietro un abbraccio non c’è soltanto un gesto.

C’è una presenza.

Ci sono gli abbracci delle madri, quelli che ci proteggono ancora prima che impariamo a parlare.

Ci sono quelli degli amici, che non risolvono i problemi ma riescono comunque a renderli più leggeri.

Ci sono gli abbracci dei bambini.

Quelli sinceri.

Quelli che arrivano senza chiedere permesso.

Quelli che non conoscono convenienze, orgoglio o secondi fini.

E poi ci sono gli abbracci che non possiamo più dare.

Quelli che appartengono alle persone che non ci sono più.

Gli abbracci che ci mancano all’improvviso, magari in una giornata qualunque.

Quando vorremmo raccontare una cosa.

Chiedere un consiglio.

Sentire una voce.

E allora ci ritroviamo a desiderare una cosa semplicissima.

Avere ancora due minuti.

Due minuti soltanto.

Per un ultimo abbraccio.

Non tutti gli abbracci, però, si assomigliano.

La storia cristiana ci consegna il bacio di Giuda.

Un gesto che dovrebbe significare affetto e che invece diventa tradimento.

Esiste perfino una vecchia storia che racconta di un uomo convinto che il proprio serpente lo stesse abbracciando.

In realtà stava soltanto prendendo le misure per divorarlo.

Forse è una metafora estrema.

Ma insegna qualcosa.

Non tutto ciò che ci stringe ci protegge.

Non tutto ciò che si avvicina lo fa per restare.

Non tutto ciò che sembra amore nasce dall’amore.

Esistono perfino abbracci che arrivano nel momento giusto e svaniscono il giorno dopo, lasciandoci il dubbio se fossero una promessa o soltanto una paura travestita da vicinanza.

Eppure continuiamo a cercare gli abbracci.

Perché quelli veri esistono.

Madre Teresa diceva che la più grande povertà non è la fame.

È sentirsi non amati.

Forse aveva ragione.

Perché passiamo una vita intera a cercare qualcuno che ci faccia sentire accolti.

Una persona.

Un luogo.

Una fede.

Un’amicizia.

Qualcuno che ci faccia sentire meno soli.

Forse è proprio questo il significato più bello di un abbraccio.

Lasciare qualcosa di noi dentro gli altri.

E portare via qualcosa di loro dentro di noi.

Perché non tutti gli abbracci si assomigliano.

Ma quelli veri continuano a vivere dentro di noi anche quando le braccia si sono già lasciate.

E forse aveva ragione anche chi cantava che, nei giorni più difficili, non abbiamo bisogno di qualcuno che ci spieghi la vita.

Abbiamo bisogno di qualcuno che resti abbastanza vicino da dirci, senza parole:

“Abbracciami.”