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Non si arresta l’attenzione sul fronte sanitario: oltre all’aumento dei casi di epatite A, si registra in Italia e in Europa anche una nuova crescita dei contagi da pertosse, una malattia infettiva tradizionalmente associata all’infanzia ma che oggi coinvolge sempre più frequentemente anche la popolazione adulta.
A far emergere il fenomeno è stato anche un recente focolaio segnalato all’interno dello spogliatoio del Sassuolo Calcio, episodio che ha acceso i riflettori su una diffusione più ampia che interessa diversi Paesi europei. Secondo i dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control, infatti, i casi risultano in aumento significativo rispetto agli anni precedenti.
Gli esperti individuano tra le principali cause la perdita progressiva dell’efficacia del vaccino nel tempo. La copertura, garantita durante l’infanzia, tende infatti a ridursi negli anni se non viene effettuato il richiamo. Proprio per questo, come sottolineato dal virologo Fabrizio Pregliasco, sarebbe opportuno ripetere la vaccinazione ogni dieci anni per mantenere un’adeguata protezione.
La pertosse, conosciuta anche come “tosse dei 100 giorni”, è una malattia batterica altamente contagiosa causata dalla Bordetella pertussis. Il contagio avviene per via aerea, attraverso le goccioline emesse con tosse o starnuti da persone infette. Chi contrae la malattia può risultare contagioso per diverse settimane, anche se il trattamento antibiotico riduce sensibilmente i tempi di trasmissibilità.
Dal punto di vista clinico, i sintomi iniziali possono essere facilmente confusi con quelli di una comune influenza: naso che cola, febbre lieve e tosse moderata. Con il passare dei giorni, però, la malattia evolve in crisi di tosse sempre più intense e prolungate, che possono durare anche diverse settimane e provocare affaticamento, vomito e, nei casi più severi, complicazioni fisiche dovute allo sforzo.
L’incremento dei casi rappresenta un campanello d’allarme per la sanità pubblica, soprattutto in relazione alla protezione delle fasce più fragili, come bambini e anziani. Da qui l’invito degli specialisti a non sottovalutare i sintomi persistenti e a valutare, insieme al proprio medico, la possibilità di effettuare i richiami vaccinali.