Il ritorno della cultura venatoria: un passo indietro per l’Italia

Il ritorno della cultura venatoria: un passo indietro per l’Italia

di Pellegrino Palmieri

Il disegno di legge n. 552, attualmente all’esame del Senato, modifica profondamente la legge n. 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica. La filosofia che lo ispira emerge già dal titolo: non più soltanto “protezione”, ma “gestione” della fauna. Una differenza lessicale che rivela un preciso cambio di paradigma. Le modifiche non sono marginali. Il provvedimento amplia il numero dei soggetti che possono partecipare ai piani di controllo della fauna selvatica, includendo anche proprietari dei fondi, imprenditori agricoli e guardie private abilitate. Consente l’utilizzo di strumenti ottici e optoelettronici nella caccia di selezione agli ungulati. Attribuisce alle Regioni maggiori margini nella definizione dei calendari venatori, consentendo, in determinate condizioni, di discostarsi dalle indicazioni dell’ISPRA. Elimina alcuni vincoli all’esercizio della caccia e favorisce una gestione più ampia delle aziende faunistico-venatorie, anche con finalità imprenditoriali. Rafforza, infine, il ricorso all’abbattimento come principale strumento di controllo di specie come il cinghiale. È proprio quest’ultimo punto a meritare una riflessione. Da anni il cinghiale viene utilizzato come principale argomento per giustificare un’espansione dell’attività venatoria. È vero che la presenza di questa specie rappresenta un problema in molte aree del Paese, sia per l’agricoltura sia per la sicurezza stradale. Ma è altrettanto vero che quella situazione non nasce dal nulla. Per decenni, in numerose regioni italiane, sono stati effettuati ripopolamenti a fini venatori e introdotti esemplari provenienti da altre aree europee, spesso più grandi e più prolifici. A questo si sono aggiunti l’abbandono delle campagne, la riforestazione spontanea, la riduzione dei grandi predatori e la crescente disponibilità di cibo. L’attuale squilibrio è quindi il risultato di molteplici fattori, tra i quali anche scelte compiute in passato nell’interesse dell’attività venatoria. C’è poi un altro aspetto che la letteratura scientifica evidenzia con chiarezza: la caccia intensiva non sempre riduce stabilmente le popolazioni di cinghiali. Al contrario, alterando la struttura sociale dei branchi e aumentando la mortalità degli adulti dominanti, può favorire una maggiore capacità riproduttiva della popolazione, con femmine che raggiungono prima la maturità sessuale e un incremento del numero di cucciolate. È il motivo per cui molti studiosi sostengono che il controllo numerico debba essere inserito in strategie ecologiche molto più ampie e non possa essere affidato esclusivamente all’abbattimento. Ma, al di là degli aspetti tecnici, esiste una questione ancora più importante: quella culturale. Nel 2026 è difficile accettare che uno Stato moderno continui a considerare la caccia un’attività ricreativa meritevole di essere incentivata. La caccia non è più una necessità di sopravvivenza, come poteva esserlo secoli fa. Nella quasi totalità dei casi è un passatempo fondato sull’uccisione di animali selvatici. Negli ultimi decenni la nostra società ha profondamente modificato il proprio rapporto con gli animali. Le neuroscienze, l’etologia e la biologia hanno dimostrato ciò che il senso comune aveva già intuito: gli animali provano dolore, paura, stress, instaurano relazioni sociali e possiedono forme di intelligenza spesso sorprendenti. La sensibilità collettiva è cambiata. Sempre più persone considerano gli animali esseri senzienti e non semplici risorse a disposizione dell’uomo. Per questo motivo la caccia appare oggi sempre più come il residuo di una cultura appartenente al passato. Una cultura che identifica il divertimento con l’uccisione di un essere vivente e che continua a interpretare il rapporto tra uomo e natura secondo una logica di dominio, anziché di convivenza. La politica dovrebbe accompagnare l’evoluzione della coscienza collettiva. Dovrebbe investire nella prevenzione dei conflitti tra uomo e fauna selvatica, nella tutela degli habitat, nella ricerca scientifica, nella gestione ecologica delle popolazioni animali e nell’educazione ambientale. Questo disegno di legge sceglie invece una strada diversa: rafforza un modello che guarda al passato.
La vera domanda non è se la fauna selvatica debba essere gestita. Naturalmente sì. La domanda è come farlo. Se attraverso strumenti fondati sulla conoscenza scientifica e sulla tutela della biodiversità oppure continuando ad affidarsi, prevalentemente, alla logica del fucile. Da questa risposta dipende non soltanto il futuro della fauna selvatica, ma anche il livello di civiltà che vogliamo raggiungere come Paese.