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Il tempo è un tessitore silenzioso che intreccia i passi dei padri con quelli dei figli, trasformando la polvere delle piazze in una scia di luce che non si spegne mai. C’è un legame invisibile, fatto di sguardi e di movenze, che sopravvive anche quando i costumi si logorano e le voci svaniscono. È la memoria del cuore, quella che sa ritrovare la strada di casa anche attraverso il frastuono di una festa che l’anima fatica ad accettare.
Ci sono tradizioni che non si scelgono, ma che ti camminano a fianco come ombre gentili. Per molti il Carnevale è il tempo del frastuono, ma per me è sempre stato una stagione carica di malinconia. Fin da bambino non ho mai amato questa parodia; eppure, scavando tra vecchie fotografie, mi rendo conto che la storia della mia famiglia è tenuta insieme da un filo invisibile che attraversa il tempo. Il mio pensiero corre a mio nonno Andrea, il papà di mia madre. Se n’è andato nel settembre del 1953, quando lei era ancora piccola. Non l’ho mai conosciuto, ma ho sempre cercato di immaginare le sue movenze, la sua capacità di trasformarsi in scena mentre interpretava la Canzone dei Mesi e la Zeza. La Canzone dei Mesi era un rito antico, una sfilata di dodici personaggi che recitavano rime per propiziare l’abbondanza dell’anno, ciascuno con il proprio simbolo e la propria ambasciata al mondo. La Zeza, invece, era una farsa cantata, il racconto dei battibecchi tra il geloso Pulcinella — il nostro Maretiello — e sua moglie Lucrezia, decisa a sfidare l’autorità del marito per far sposare la figlia Tolla allo studente Don Nicola. Mio nonno sapeva incantare la piazza muovendosi con una maestria che è rimasta impressa nei racconti di chi c’era. Per anni, mia madre ha custodito il suo costume come un tesoro prezioso; oggi che quel vestito è andato perduto, restano solo i gesti tramandati, quel modo unico di interpretare la vita che era solo suo.
In una fotografia storica, questo filo invisibile si fa più teso. Rivedo Zio Vituccio, figlio di Zio Alessandro e nipote di mio nonno, in coppia con la Sig.ra Gaetanina Stingone. Sono in Piazza dei Caduti, proprio davanti alla casa di mia sorella. È un’immagine potente: la piazza è letteralmente invasa da una folla immensa che occupa persino il sagrato militare, quella che un tempo era considerata terra invalicabile, un luogo di assoluto rispetto che quel giorno si apriva al passaggio della festa. Vedere lo Zio e la Sig.ra Gaetanina recitare con tanta forza proprio lì è la prova di quanto quel teatro di strada fosse radicato nel cuore del paese.
Un capitolo fondamentale di questo percorso di valorizzazione si è scritto negli anni ’97 . In quel periodo, il Dott. Attilio Napolitano ( 1980 gia Sindaco di Sirignano ) ricopriva il ruolo di Presidente del Centro Socio-Culturale “Insieme per Sirignano”. Sotto la sua guida lungimirante, il Centro divenne il vero motore delle iniziative culturali del paese, promuovendo con passione la riscoperta e la tutela delle tradizioni locali. Tra le testimonianze più significative di quegli anni, spicca la fotografia che ritrae il Dott. Attilio Napolitano seduto proprio insieme a Zio Vituccio. Questo scatto è molto più di un semplice ricordo: è il simbolo di uno spirito di profonda collaborazione, amicizia e rispetto. Rappresenta l’unione ideale tra diverse generazioni, tutte unite sotto un unico obiettivo: il bene comune e la crescita culturale della comunità di Sirignano.
C’è una foto che però manca all’appello, quella che risale agli anni ’20 o ’30, quando nonno Andrea era nel pieno della sua giovinezza. È una foto che non ho mai avuto tra le mani, ma che posso quasi vedere chiudendo gli occhi: lo vedo ballare in un bianco e nero sbiadito, tra nuvole di polvere sollevate dai passi pesanti sul terreno. Immagino i volti segnati dal carbone, i costumi fatti di tessuti ruvidi che profumano di terra e fatica, e quel ritmo ossessivo che dettava il tempo a un’intera comunità. È un’immagine che si è persa negli anni, ma che ha trovato un modo magico per tornare a galla.
Quel filo invisibile arriva infatti fino a oggi e si illumina nei colori di una foto recente. Vedo mio figlio CARLO , il pronipote di Nonno Andrea (suo bisnonno), mentre balla il Laccio d’Amore nel Baianese. Indossa il gilet giallo oro e la camicia bianca, e sul suo volto c’è un sorriso che splende, lontano dalla mia malinconia. È incredibile osservare i suoi movimenti: in quel passo fiero, in quel modo di guidare la danza e di sorridere alla compagna, sembra di rivedere un’eco delle movenze del suo bisnonno. CARLO non ha mai visto quegli attori degli anni ’30, eppure i suoi piedi sembrano conoscere già la strada, come se quella “foto mancante” si fosse impressa direttamente nella sua eredità più profonda. Senza saperlo, sta riannodando quel filo che parte dal bisnonno Andrea, passa per Zio Vituccio e arriva fino a lui. Mentre io resto fermo nel mio “non mi piace”, CARLO ACIERNO trasforma la tristezza in movimento. Porta avanti quella storia antica proprio sotto i nostri occhi, dimostrando che, anche se i costumi si perdono, le foto sbiadiscono e le piazze cambiano, le radici e la memoria sanno sempre come continuare a danzare.
Maicol A.








