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”Stasera, a pochi giorni dall’8 febbraio, voglio condividere con voi un pezzo del cuore di Sirignano. Un racconto che nasce dai documenti in latino della Curia e dai ricordi di famiglia, per onorare la figura di Don Liberato Gallicchio. In questa foto lo vediamo nel suo splendore di Canonico: un uomo di Dio che ha sfidato la guerra, le epidemie e persino il gelo del 1929 per non lasciare mai sola la sua comunità. Leggete con me questa storia, fatta di inchiostro, calamaio e pura Verità.
SIRIGNANO E LA MEMORIA RITROVATA: L’EREDITÀ DI DON LIBERATO GALLICCHIO (1914-1960)
di Michele Acierno
In questi nuovi tempi, dove un nuovo secolo dovrebbe catapultarci in un mondo migliore, sembra invece riportarci indietro nel tempo dove viene avanti prepotentemente lo spettro del passato: malattie, epidemie, guerre e calamità naturali. In questi segni che rispecchiano i primi del ‘900, ritrovo l’immagine di chi ha guidato con fermezza il nostro paese in periodi bui, come le epidemie e le grandi guerre che ancora una volta bussano alle porte delle nostre case. In questa oscurità, ritrovo la figura e l’immagine di un grande uomo: Don Liberato Gallicchio (l’orgoglioso padrino di cresima di mio nonno, Michele Pellegrino Acierno 1905 ), guida spirituale del nostro popolo dal 1914 al 1960.
Le Radici e la Missione: L’Ingresso del Pastore
Prima di giungere a Sirignano, egli resse la Parrocchia di Santo Stefano a Baiano (1908-1914) come Economo Curato, dove i registri conservano ancora oggi le sue firme in calce a ogni atto. La Curia di Nola, definendolo sacerdote di “grande cultura, equilibrio e fermezza”, lo scelse per Sirignano con predisposizioni chiare. La sua figura era quella di uno spessore ecclesiastico di alto profilo teologico, un uomo di chiesa sotto la Palma del martirio. Il suo ingresso nel 1914 fu l’emblema della sua umiltà: arrivò a piedi dal Cardinale, arrivando in silenzio, senza farsi annunciare, senza carrozze, elogi, discorsi ufficiali o bande di musica. Entrò come un pastore tra il suo gregge.
Il Timone nella Tempesta: Guerra, Fascismo e Spagnola
Il suo ministero sacerdotale fu messo a dura prova sin dall’inizio. Don Liberato dovette reggere con mano ferma il timone della “barca del Santo Pescatore” negli anni bui del conflitto mondiale, tra le tensioni del fascismo e dell’antifascismo. Nel 1918, quando la febbre spagnola colpì ancora una volta la nostra Sirignano, egli, come Padre Spirituale e confessore, portava la parola di Dio al capezzale degli ammalati e il conforto cristiano a chi aveva perso un familiare. Era un religioso di estrema austerità che incuteva una naturale soggezione; nessuno osava mancargli di rispetto, soprattutto nel parlare.
La Mozzetta Rossa: Il Privilegio del Canonico
Nelle solennità, la sua figura incuteva un naturale rispetto. Sulle sue spalle spiccava la mozzetta rossa bordata d’ermellino, un rarissimo privilegio concesso nel 1856 da Ferdinando II di Borbone ai parroci di Sirignano, elevati al rango di Canonici della Insigne Collegiata di San Giovanni Maggiore di Napoli. Come appare chiaramente nella sua foto, quel rosso porpora intenso, reso fiero dal contrasto con il bianco candido dell’ermellino, era il simbolo di un’autorità giurisdizionale che lo obbligava a riferire alle alte gerarchie solo la Verità certificata.
Le Visite Pastorali: L’Inchiostro della Verità contro le Dicerie
Don Liberato è stato l’uomo della Verità accertata. Per 46 anni ininterrotti ha documentato la vita parrocchiale attraverso le Visite Pastorali e i verbali inviati ai Vescovi: S.E. Mons. Agnello Renzullo, S.E. Mons. Egisto Domenico Melchiori e S.E. Mons. Adolfo Binni. In questi documenti, scritti con inchiostro e calamaio in un latino solenne, emerge il vero profilo di questo alto prelato. Chi ha cercato di dare un’immagine diversa della sua figura religiosa austera, alimentando invenzioni popolari, evidentemente non ha letto i documenti e le relazioni delle Loro Eccellenze presenti negli archivi parrocchiali e della Curia Nolana. La storia ci insegna che le dicerie rimangono tali e vengono smentite dalla Palma del martirio e dalla carta storica vergata di inchiostro, che resta l’unica Verità pura della storia di questo alto prelato.
La Verità Storica e il Silenzio di Don Salvatore Napolitano
Analizzando gli archivi di Nola e i registri parrocchiali, emerge un dato inequivocabile: il suo predecessore, Don Salvatore Napolitano (parroco fino al 1914), non ha lasciato alcuna documentazione ufficiale riguardante gli eventi del febbraio 1903. Oggi, mentre ci avviciniamo alla ricorrenza dell’8 febbraio, sentiamo ancora più forte il valore della nostra storia: il miracolo del vaiolo del 1903 è la radice di una protezione divina che racchiude e annuncia gli altri grandi segni di fede, come la protezione dall’eruzione del Vesuvio del 1906 e il conforto durante l’epidemia della febbre spagnola del 1918. Questi eventi non hanno avuto bisogno di carte per sopravvivere, perché sono stati custoditi nel cuore e nella memoria storica del Popolo di Dio, tramandati di padre in figlio come una verità viva. La fede della nostra gente è stata l’unico vero archivio di questo cammino di salvezza. Don Liberato, nei suoi primi anni, osservò l’antica tradizione tramandata secolare di febbraio camminando con il “Dio Vivente” tra le strade insieme al Santo Pescatore e con il Popolo di Dio, ma successivamente, per la sua statura ecclesiastica e il rispetto delle leggi della Chiesa, scelse la via del rigore ecclesiastico e documentale.
Cultura e Tradizione: Il Natale Piccirillo e le Opere Sacre
Sotto la sua guida la parrocchia fu attiva, dotata dal 1925 di un proprio Organo, il periodico parrocchiale denominato “Il primo Apostolo!”. Promosse le Promesse, il dramma sacro della vita e le opere di Sant’Andrea nel 1930. Mentre per il Natale faceva allestire, dove una volta c’era l’antica fonte battesimale sotto la cantoria che sorreggeva l’organo ottocentesco, il presepe; per l’occasione la fonte battesimale veniva aperta e riempita di paglia e di pungitopo per ospitare l’artistica Natività settecentesca e il bambinello di fattura leccese. Nella Pasqua di Resurrezione, la solenne Via Crucis documentata da fotografie storiche dove si notano centinaia di persone. A lui si deve inoltre il vigore teologico del “Natale Piccirillo” (30 novembre), legando la figura del Santo Pescatore al miracolo dei pani e dei pesci: le alici e le sarde venivano donate da Don Liberato e dal suo aiutante economo e curato Francesco Fiordelisi a tutto il popolo, come segno di unione e benedizione.
L’Aneddoto di “Baduccio”: Fede sotto la Neve e la Luce del Santo
Un episodio emblematico mi fu raccontato proprio da Baduccio ’o Pasticciere, nipote amato di Don Liberato. Era l’8 febbraio del 1939, l’anno del grande freddo. Sin dal mattino la neve fioccava coprendo Sirignano. Dopo pranzo, i nipoti (Baduccio, Mimmi e Nunziatina) erano con lo zio Don Liberato in canonica davanti al camino. All’improvviso arrivarono dei sassi lanciati dalla piazza contro il portone chiuso. Scesero giù, attraversarono il cortile innevato e aprirono: c’era tutta Sirignano che chiedeva di aprire la chiesa.
Quell’anno Sant’Andrea uscì in processione con la neve a terra, un atto di fede vera che i nostri padri hanno sempre rispettato senza farsi peso della Statua. Ma nel primo pomeriggio, nel momento dell’uscita, un fascio di luce, come quello dello Spirito Santo, illuminò i cieli scuri. Se osservate la giornata dell’8 febbraio, all’uscita del nostro Santo Patrono c’è sempre una luce che illumina quei momenti anche se le condizioni meteorologiche sono delle peggiori. In quel momento i cieli si aprono, segno della sua protezione su Sirignano: non lasciatelo solo, perché lui non ha mai lasciato la sua Sirignano da sola, proprio come recitava l’antico epigrafe inciso sotto la base dei suoi piedi prima del restauro: “SIRIGNANO È MIA E IO LA PROTEGGERÒ”.
L’Eredità Immortale: Un Legame oltre il Tempo
Al suo funerale, in quel giorno di dolore del 1960, Sirignano si fermò per rendere l’ultimo saluto al suo gigante. Dopo l’elogio funebre pronunciato sul sagrato dal Sindaco, il Dott. Farmacista Michele Acierno, una fiumana di popolo, composta e commossa, accompagnò la bara a spalla lungo la strada verso Mugnano, quasi a non volerlo lasciar partire.
Ma Don Liberato, per tutti “’O Paricchiano Viecchio”, non se n’è mai andato veramente dalla sua amata Sirignano. La sua non è stata una presenza passeggera, ma una semina profonda che continua a germogliare. Lo abbiamo sentito vicino per decenni attraverso la presenza operosa dei suoi nipoti, come Baduccio ’o Pasticciere, che con i loro dolci entravano nelle nostre case durante ogni festa, portando con sé il profumo e il decoro di quella famiglia benedetta. In quei momenti di convivialità, sembrava che Don Liberato fosse ancora lì, seduto a capotavola, a vigilare sulla serenità del suo popolo come faceva davanti al camino della canonica.
Oggi, a distanza di tanti anni, la sua figura emerge dall’oscurità delle omissioni con una luce ancora più nitida. La sua eredità non è fatta di polvere, ma di pietra viva: è nel rigore della Verità che ci ha insegnato a cercare, è nel rispetto delle leggi di Dio che ha incarnato con inflessibilità, ed è in quel patto sacro che ancora oggi lega la mia famiglia alla sua. Don Liberato Gallicchio rimane il punto fermo, la bussola morale che indica la rotta quando i tempi si fanno bui e incerti. La memoria appartiene ai documenti, il cuore appartiene al popolo, e la storia di Sirignano ha una firma che il tempo non può sbiadire: quella nobile, ferma e paterna di Don Liberato Gallicchio.
Con osservanza e rispetto, Michele Pellegrino Acierno



