Libri, Di me e di altre: le memorie di una Biancardi dal Purgatorio a Viareggio

Libri, Di me e di altre: le memorie di una Biancardi dal Purgatorio a Viareggio

Oggi vi voglio parlare di due libri, editi da Giovane Holden Edizioni (casa editrice che riporta alla memoria il celebre libro di J.D.Salinger), intitolati La mia Darsena e Di me e di altre, rispettivamente del 2011 e del 2013, l’autrice si chiama Bianca Maria Biancardi, detta Ninni.

Il nome non vi riporta alla mente niente? Biancardi è uno dei cognomi più diffusi del Mandamento. Eppure, Bianca Maria Biancardi è residente a Viareggio, e la Darsena che descrive nel primo libro, dando testimonianze del periodo della guerra, è appunto quella di Viareggio, alla quale è profondamente legata e che descrive con i suoi occhi di bambina. Sembra non avere niente a che fare con Avella e Sperone, insomma.

Ma “Di me e di altre”, in cui testimonianze autobiografiche e modifiche fatte ad hoc alla realtà s’intrecciano, riserva una certa sorpresa. L’ultimo racconto del libro, intitolato “Nunziatina”, è ambientato nei pressi del Purgatorio, informazione non esplicitata ma alla quale si può facilmente risalire, e mai ci potremmo aspettare una cosa del genere in uno di questi due libri disposti in bella fila nelle librerie viareggine. Nunziatina (nome, tra l’altro, tipico del Sud Italia) racconta di una donna dal carattere mite che per assecondare la volontà del padre sposa un uomo che le viene imposto, di ottima famiglia, nobiliare, anche superiore a quella della ragazza, ma rovinato dai debiti di gioco e che la sposa per affare. Nunziatina, all’inizio del racconto, rimanda con amarezza a causa di un contrattempo la fuitina che aveva progettato con Carmine, un bravo giovane che l’amava veramente e al quale lei corrispondeva, ma con cui il padre non voleva assolutamente poiché lei, unica figlia di un gran possidente terriero, Don Francesco Ferrante (nome ovviamente di fantasia) andava “spesa” bene e doveva fare un buon matrimonio.

Il racconto si apre enigmaticamente con queste parole: Arriveremo a Nola giovedì 24 settembre, firmato: Antonio e Lucia. Il racconto è uno dei più contorti del libro, perché vede intrecciarsi in poche pagine numerosi personaggi. Antonio detto Totonno e Lucia sono gli zii di Nunziatina, sposati a Viareggio, che avvertono con un telegramma di tornare al Purgatorio dalla famiglia in viaggio di nozze. “Se ce ne andassimo, al loro arrivo troverebbero il finimondo” dice Nunziatina al suo innamorato, rinunciando alla fuga progettata prendendo il treno per Caserta, dove li avrebbero aspettati i parenti di Carmine. Nunziatina era una ragazza troppo buona per dare un dispiacere ai suoi zii in arrivo in viaggio di nozze, e persa quell’occasione di fuga non se ne presentarono altre di migliori. Una tipologia di storia molto comune a quei tempi, nel racconto siamo intorno agli anni ’40. La volontà del padre nelle “famiglie bene” era inoppugnabile, e l’unica soluzione a problemi di questo tipo era la fuitina, alla quale seguiva un matrimonio riparatore, ma evidentemente il carattere mite di Nunziatina, che non voleva contrastare il padre nonostante l’amore per Carmine, non permise neanche l’utilizzo di questo escamotage per condurre una vita felice.

In tutto il libro si possono riconoscere figure di persone reali rimescolate ad elementi dell’immaginazione dell’autrice e ovviamente presentate con nomi diversi. Sono solo storie di donne. Silvana, Paola, Livia, Luigia, Rachele, Lisa, Marina, Lucia, Nunziatina, tutte storie d’amore, diverse fra loro, toscane, tranne Nunziatina, ambientata tra il Purgatorio e Tufino. E’ strano, mentre si sente l’odore della salsedine sulle palizzate degli stabilimenti balneari di Viareggio, dipinti d’azzurro, veder aprirsi all’improvviso e sentire l’odore di una distesa di ettari di nocciole. Con le loro foglie accartocciate verdi ed il terreno scuro, appare con essi una storia lontanissima dal mondo tracciato fino a quel momento da Bianca Maria.

Infatti Di me e le altre si apre con un racconto suo autobiografico (corredato da foto dell’epoca) ambientato in tutt’altro posto, in cui parla dei tempi dell’università, quella di lettere classiche a Pisa e degli scavi archeologici tenuti nell’estate del 1960 sul Monte Saraceno, sul Gargano, in Puglia. Erano alla ricerca dei resti degli antichi Dauni, estate che fu segnata in particolare dal ritrovamento delle stele funerarie di questa popolazione pre-romana della Puglia avvenuto sotto la supervisione del professor Silvio Ferri, archeologo lucchese e insegnante all’università di Pisa che si occupò per anni degli studi sui Dauni in Gargano. Proprio grazie al suo lavoro vennero alla luce in quegli anni i ritrovamenti che sono oggi nel museo di Manfredonia, e dei quali abbiamo diversi studi scritti. Non solo Ferri, ma anche alcune persone di spicco del paese, si occuparono di ciò, in primis segnalando all’università di Pisa la ricchezza del Monte Saraceno, della quale viene mostrato un piccolissimo assaggio nella farmacia-museo nel centro del paese di Mattinata.

Dunque Di me e le altre si apre con il racconto più intimo, questo ambientato sul Gargano, prosegue con un cuore viareggino, fatto di amori sul mare, e si chiude con la storia più lontana, concretamente e concettualmente, che è l’ultima al Purgatorio.

Ma quindi chi è Bianca Maria Biancardi, detta Ninni, e perché nel suo libro si intrecciano storia, antichi Dauni, amore, sesso, la Darsena di Viareggio ed infine anche il Purgatorio? Bianca Maria Biancardi, come oramai vi sarà chiaro, è originaria di qui e questo libro è interessante proprio perché segna una differenza fortissima tra due tipi di mondi contrapposti, i quali esistevano contemporaneamente negli stessi anni, in due posti diversi d’Italia, il Purgatorio e Viareggio. Anche se la radice è la stessa, perché Bianca Maria Biancardi è per metà campana nel sangue, figlia di Totonno, maresciallo di Marina di Tufino, che conobbe una viareggina all’inizio della sua carriera e la sposò, l’evoluzione della vita di Bianca Maria rispetto a quella delle sue coetanee del sud è totalmente diversa.

E’ inevitabile avvertire delle differenze sostanziali tra i due mondi, che non sono necessariamente da collocare in fascicoli contrapposti schedati come bene e male (o viceversa) ma qualche osservazione salta per forza alla mente. Perlomeno, sull’istruzione. Siamo avanti di qualche decennio rispetto al Purgatorio o Schiava di Tufino, di sicuro. Bianca Maria è è una donna che studia e che ha la possibilità di studiare (ma al Purgatorio anche molte altre avrebbero potuto, con i proventi delle terre, eppure in quanto donne non era considerato per loro importante: l’unico loro destino era il matrimonio) e che vive la sua vita come meglio crede. La vita a Viareggio è molto diversa, segnata da influenze straniere, da turisti, marinai, storie di mare e donne in attesa dei loro mariti. Neanche Viareggio è totalmente libera dalla morale, ma mai invischiata in essa quanto il Purgatorio. Anche se il concetto di matrimonio e le difficoltà economiche, specialmente nel periodo della guerra, erano presenti, accompagnate da altri problemi che ogni giorno la vita porgeva, siamo molto lontani dalle campagne di Avella.

E’ così che Bianca Maria anticipa i tempi, tornando per diverse estati dai parenti al Purgatorio e osservando un mondo diverso dal suo, riassunto nella storia di Nunziatina. Chiariamo: non tutte le storie di “Di me e le altre” sono libere, anzi, alcune di esse sono mosse dalla fragilità o dalla debolezza (ma anche da sentimenti puri o da passione, in una città di mare in cui non sono necessari in maniera totalizzante i ragionamenti morali, ma che pur si presentano). Alcune donne si devono confrontare con la malattia mentale oppure vibrano di sofferenza, come il racconto di Luigia a Firenze, una ragazza che si mostrava alla finestra a un giovane che le piaceva, finché lui non si accorse che era costretta sulla sedia a rotelle dalla poliomielite e non passò più a vederla.

Sono nove piccoli affreschi, insieme al racconto principale autobiografico, (“Le pietre parlano”) che mostrano un’epoca, diverse situazioni, diverse inclinazioni e diversi caratteri di donne (attenzione, non tutte sono così diverse, e comunque sono unite da un unico filo conduttore, che è la Ninni e i suoi ricordi) e di come la vita e le situazioni – i sentimenti fondamentalmente – si possano coniugare in vari modi.

Di certo salta all’occhio una cosa: il racconto principale è scintillante, sfavillante, con le strade di Pisa e le stele daunie al sole e il riverbero del mare del Gargano visto dalla torre sulla spiaggia di Mattinata. L’amore nella torre non ha niente a che vedere con la miseria e la sensazione di malessere che chiude il libro con Nunziatina. Una Nunziatina che la scrittrice dice di aver rincontrato anni dopo il matrimonio “vestita modestamente, con i segni di una vita infelice e piena di umiliazioni.” E’ molto esplicativa anche un’altra frase alla fine del racconto: “Nel giro di pochi mesi i ruoli delle due donne si invertirono: la moglie faceva la serva e la cameriera era in realtà la padrona.” Infatti il marito di Nunziatina la tradiva con una donna che era già nel loro palazzo, presentata come la cameriera. Di molte stanze di quel palazzo Nunziatina non aveva nemmeno le chiavi.

Ora voglio sottolineare però ancora una volta un aspetto già accennato, dato che stiamo parlando di storie “vere”: nomi e diversi dettagli dei personaggi di Di me e le altre sono stati cambiati, ma non cambiano la loro essenza. Non si tratta di storie autentiche al 100% (al lettore la curiosità di scoprire quanto ci sia di vero e quanto di inventato), ma ogni libro è vero a suo modo, quando si riesce a sentire l’autore fra le righe che modifica la sua realtà per poterla porgere agli altri. Addirittura gli epiloghi delle storie possono essere diversi. Ma il significato è lo stesso. Quello di raccogliere immagini autentiche, che sono parte dello scrittore, del suo mondo e del suo modo di vedere le cose e che in questi due libri si possono chiaramente percepire, risultando quindi riuscito. Mostra come anche la realtà delle volte si presenti così “strana”, oppure affascinante, da sembrare frutto dell’immaginazione, come la trama di un film perfetto. La realtà è molto più ricca di ciò che l’invenzione può suggerire, dà molti più spunti, e Bianca Maria per questo la trascrive.

Ecco perché questi due piccoli libri andrebbero letti, anche se ovviamente l’unica scusante per i lettori avellani sono il Purgatorio e le radici dell’autrice che in ogni caso bastano e avanzano come motivazioni, segnando questa linea di confine tra mondi distinti di cui vi parlavo. Immagino l’autrice venire in estate ad Avella, con il cugino medico, e doversi confrontare con un mondo opposto al suo. Immagino la festa di Sperone, lo spumone, le donne vestite a festa in cerca di marito. Sembra di essere lì, mentre Nunziatina mostra a una parte della sua famiglia il giovane Carmine, nella speranza che il padre don Francesco Ferrante ne approvi il fidanzamento. Mi veniva raccontato anche da altre persone, di come ritornando in estate ad Avella (negli anni 60-70, all’incirca) si rimanesse colpiti dai bambini che andavano scalzi per i vicoli, senza quasi istruzione, e di come vivessero in un modo completamente diverso da quello del centro-nord.

Eppure, alcune similitudini tra Viareggio ed Avella vi sono, e in alcune abitudini le donne di Viareggio non sono affatto diverse da quelle del Mandamento. Le possiamo osservare nel primo libro, La mia Darsena: nei capitoli Gli orti e Via Paolo Savi viene mostrato una cittadina che progressivamente cambia. Ogni casa di Viareggio aveva un suo orto e una casetta nell’orto, i cancelli erano quasi sempre aperti e si passava da un orto all’altro per fare qualche chiacchiera con i vicini. Si descrivono in questi capitoli le serate fuori ai portoni tra donne a parlare, con fagioli o piselli o fave da sbucciare, barbabietole e rape da pulire. Si stava fuori all’aperto a far questi servizi con delle sedie, e si parlava tutto il tempo.

Anche la testimonianza della guerra visto con gli occhi di una bambina, che si legge nella prima parte di questo libro, non è diversa da quella di altri luoghi. Anche qui si potrebbe pensare al corrispettivo ad Avella, dove i soldati biondi passavano con i carri armati, ed erano belli, loro e i carri, e regalavano cioccolate alle bambine. E’ difficile non pensare ad analoghe storie di miserie in cui per pochi viveri si saliva su uno di quei carri armati, o al contrabbando per il grano. Così la Ninni, legata in qualche modo ad Avella ma che di avellano ha ben poco, offre svariati spunti di riflessione e varrebbe la pena di procurarsi questi due libri già solo per questo. Sono corredati di fotografie e intervallati da alcune poesie dell’autrice, brevi ma scritti bene e di piacevole lettura. Sono ordinabili sul sito dell’editore, e disponibili in molte librerie toscane.

Un discorso a parte meriterebbe invece la parte di Di me le altre ambientata sul Gargano: la torre, le stele daunie, la farmacia-museo di Mattinata, la lunga spiaggia di sassi bianchi, la torre sul mare, il monte Saraceno, sono dei colpi al cuore ad ogni passo per la loro bellezza. Ma spero ve ne parlerò nel dettaglio altrove.

Chissà che in Toscana, grazie a questi due libri, qualcuno non venga a sapere dell’esistenza del Purgatorio. Con quest’articolo, nel frattempo, il Purgatorio saprà che questi due libri esistono.

L’autrice: Bianca Maria Biancardi detta “Ninni” studia lettere classiche a Pisa e si laurea nel 1958. Specializzata in archeologia, da ragazza partecipa agli scavi sul Monte Saraceno (Mattinata, provincia di Foggia) col professor Silvio Ferri. Si dedica poi all’insegnamento, vincendo in seguito il concorso a preside nel 1982. Preside della scuola media  E.Jenco fino al 1990, Bianca Maria vive a Viareggio. La madre è viareggina, il padre Totonno/Antonio Biancardi era di Tufino. Bianca Maria nel 2011 pubblica La mia Darsena (12€) e nel 2013 Di me e di altre (15€) per Giovane Holden Edizioni.
Anche sua figlia Angela Garrè (un’altra laurea in lettere, e tra i suoi interessi l’egittologia) ha pubblicato per Giovane Holden, due libri: “Gocce di colonia” (2011, 12€) e “La settima figlia” (15€, 2012).

Sito dell’editore
http://www.giovaneholden.it/

(Valentina Guerriero)

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Uno scorcio della farmacia Sansone a Mattinata

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Busto del farmacista-archeologo Matteo Sansone

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