
![]()
Nella città di Avellino sono già iniziate le manovre per le prossime elezioni amministrative. Il consigliere regionale Maurizio Petracca ha deciso di aprire il tavolo del centrosinistra e di avviare le consultazioni con le altre forze politiche. Una scelta che non contestiamo nella sostanza, ma resta un problema di metodo.
Il 16 marzo, quindi tra qualche giorno, si riunirà l’assemblea provinciale del Partito Democratico che dovrà eleggere il nuovo segretario con i relativi organismi. Sarebbe stato ragionevole attendere quel passaggio politico e lasciare che fosse la nuova guida del partito a presiedere il confronto con gli alleati. Non si tratta di una formalità. Si tratta di un principio elementare di politica: prima si discute dentro il partito, poi ci si presenta agli altri con una posizione chiara.
In queste ore circolano già nomi e ipotesi di candidatura per la guida della città. È normale. La politica vive anche di discussioni e di proposte. Ma i nomi che il Partito Democratico dovrà portare al tavolo della coalizione devono nascere prima dentro il partito, nel confronto tra le sue componenti e nei luoghi deputati alla discussione.
Il PD irpino non è privo di classe dirigente. Al contrario, ha al suo interno figure con esperienza amministrativa, credibilità politica e una storia consolidata. Persone che possono rappresentare degnamente il partito e l’intero campo del centrosinistra in una competizione importante come quella del capoluogo. Penso, ad esempio, a Enza Ambrosone, Francesco Todisco o lo stesso Nicola Giordano: dirigenti che hanno alle spalle anni di impegno politico e amministrativo e che meritano almeno di essere discussi seriamente. Ma il punto vero non è soltanto il nome. Una campagna elettorale non si vince solo con un nome e un cognome. Una campagna elettorale si vince quando quel nome riesce a rappresentare qualcosa di più: un’idea di città, un sentimento di cambiamento, una speranza che mobiliti energie e partecipazione. Perché poi la campagna elettorale non la fanno solo i nomi scritti sulle schede. La fanno le persone. La fanno gli iscritti, i militanti, gli elettori. La fanno quelli che devono metterci la faccia nei quartieri, nelle piazze, nei luoghi di lavoro. Senza questa partecipazione, anche il candidato più forte rischia di restare soltanto un nome sulla carta. Ecco perché le scelte calate dall’alto, costruite sopra la testa del partito o fuori dagli organismi deputati al confronto, raramente portano buoni risultati. Producono divisioni, polemiche, diffidenze. E, alla fine, indeboliscono proprio quel campo politico che dovrebbero rafforzare.
Per questo è giusto confrontarsi prima, chiarirsi prima e poi andare tutti nella stessa direzione.
Questo ragionamento non vale soltanto per Radici e Futuro. Vale per tutto il Partito Democratico. Vale anche per chi pensa che la politica sia una questione di iniziative individuali o di uomini soli al comando. La politica non è uno sport individuale. Se proprio vogliamo usare una metafora sportiva, è uno sport di squadra. Le partite si vincono quando il collettivo funziona, quando le scelte vengono condivise e quando ognuno sente di far parte di un progetto comune. Per questo in politica bisogna essere autorevoli, non autoritari. Bisogna avere il coraggio di condividere, di delegare, di aprire spazi di partecipazione. Solo così si costruiscono le condizioni per raccogliere insieme i frutti di un lavoro comune e per dare davvero alla città un’amministrazione forte, credibile e capace di durare nel tempo.
Pellegrino Palmieri